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DAVIDE LIBERO











Controlli o abusi di polizia??

 

FONTE:contropiano

 

Un rider di Torino è stato multato per 4.000 euro mentre stava lavorando e un ragazzo di 26 anni picchiato vicino di Firenze, una coppia picchiata a Sassari, abusi a Catania, una messa interrotta a Marina di Cerveteri: episodi come questi sono pericolosi e il Viminale deve dare una risposta. Gli “sceriffi” vanno fermati.

 

Torino, 10 di sera. Silenzio tombale, per le strade non gira nessuno. Stanno tutti in casa, chi a vedere Netflix, chi a fare dirette, chi ad annoiarsi. Le vie del capoluogo piemontese, come quelle di tutte le principali città italiane soffocate dalla pandemia sono in mano ai rider: con i grandi cubi colorati sulle spalle, sfrecciano in bicicletta o motorino per consegnare cibo a chi si è stufato di sfornare pizze fai-da-te. Eccetto la Campania, unica Regione dove per volere di De Luca anche questo servizio (unica boccata d’ossigeno per i ristoranti altrimenti privi di risorse) è stato vietato senza particolari ragioni, per le app di consegne a domicilio, da Glovo a Deliveroo questo è un periodo d’oro.

Lo è un po’ meno per i rider, ovviamente. Nella stragrande maggioranza dei casi ragazzi immigrati senza permesso di soggiorno, questi dispensatori di cibo non sono inseriti nella quotidiana lista degli ‘eroi’ italiani, che al momento comprende medici, infermieri, benzinai, cassieri, panettieri, spazzini, giornalai. E in tempi di pandemia si rischia grosso, specie nell’Italia intrappolata nella morsa dei decreti che ci costringono a casa e ci vietano di uscire. Decreti che hanno dato alle forze dell’ordine molto potere, forse troppo.Anche se è più corretto dire che se lo sono presi, il potere: nei decreti si legge testualmente: “è fatto divieto a tutte le persone fisiche di trasferirsi o spostarsi, con mezzi di trasporto pubblici o privati, in un comune diverso rispetto a quello in cui attualmente si trovano, salvo che per comprovate esigenze lavorative” (art. 1, comma b); e poi, al comma f: “è sempre consentita l’attività di produzione, trasporto, commercializzazione e consegna di farmaci, tecnologia sanitaria e dispositivi medico-chirurgici nonché di prodotti agricoli e alimentari”.Va da sé che i rider rientrano perfettamente in questa categoria. Eppure ciò non ha impedito, ieri sera, nel silenzio di Torino, a due carabinieri di fare una multa di 4000 euro a un rider di nome Marwen. È circa lo stipendio che un rider guadagna in un anno, e a nulla sono servite le rimostranze di Marwen, nulla dimostrava il cubo giallo con scritto Glovo sulle sue spalle, né l’impossibilità per Marwen di mostrare l’indirizzo del suo ultimo cliente, perché Glovo questi dati – giustamente – li cancella a consegna effettuata. Bastava una ricerca su Google per avere una conferma. Ma i due zelanti poliziotti hanno deciso di appioppare una multa che Marwen non sarà mai in grado di pagare.Da poliziotti a sceriffi il passo è breve, specie se in questo momento le città italiane assomigliano al Far West. Non c’è un inquadramento preciso e, più o meno come succede con la gestione dell’emergenza sanitaria, ognuno interpreta i decreti come meglio gli aggrada. E questo vuol dire che ogni agente in divisa diventa giudice di ogni situazione: a lui spetta decidere se una violazione è grave oppure non lo è.

Quella di Marwen lo era, come lo era quella del ragazzo di 26 anni (di origine cubana. Bisognerebbe anche considerare l’elemento razzista) picchiato ieri da due finanzieri vicino Firenze. Ora è partita un’indagine, un video testimonia la brutalità della polizia che è ricorsa alle mani per quella che rimane, a conti fatti, una contravvenzione, ma episodi come questo stanno accadendo con una frequenza preoccupante, accompagnata tra l’altro da un’accondiscendenza del pubblico dei balconi, che plaude chi punisce coloro che non stanno in casa. Poco importa se chi esce, come dimostrano tutti i dati, lo fa nella maggioranza dei casi per validi motivi. Per l’italiano al balcone la sofferenza è sopportabile solo se condivisa, e quindi via di delazioni, denunce e commenti agghiaccianti sotto le notizie che raccontano di qualche passeggiatore solitario pizzicato dalla polizia in elicottero.
Come ha ricordato Stefano Massini a Piazzapulita, nel suo ricordo dello scrittore scomparso Luis Sepulveda, l’art. 13 della nostra Costituzione rende inviolabile la libertà personale.
L’emergenza non può cancellare il diritto, né di contro può dare la possibilità alle forze dell’ordine di inventarsi nuovi modi per punirci. I decreti ci sono, la legge è chiara, e la polizia è un tutore della legge, non il braccio armato dello Stato. Almeno per ora. E per evitare che qualcuno ci prenda un po’ troppo gusto a fare lo sceriffo, serve quanto prima una dura risposta del Viminale, che dia una regolata alle teste calde. E agli italiani, un consiglio: i balconi usateli per guardare il cielo, non per spiare i vicini.

Giuseppe Cassarà
da Globalist

 

Adesso è troppo: la polizia interrompe la Messa

 

Scene da regime totalitario a Marina di Cerveteri dove il parroco viene colto di sorpresa da due agenti che intimano al sacerdote di interrompere la celebrazione. Il motivo? Sul sagrato si erano radunati – a distanza! – alcuni fedeli in preghiera.

La polizia irrompe in chiesa ed interrompe la Santa Messa dall’altare. Cronache da un regime totalitario? No, siamo in Italia. Precisamente a Cerveteri, comune immerso nella (fu) campagna romana, noto soprattutto per essere sede di una delle più importanti necropoli etrusche. Il blitz della polizia municipale avviene nella fase finale della celebrazione che ha luogo nella parrocchia di San Francesco d’Assisi, località Marina di Cerveteri.

È appena terminato il momento più solenne della cerimonia, quello dell’Eucarestia, ma il parroco non fa in tempo a pronunciare la formula di congedo al cospetto di una chiesa vuota e dei fedeli connessi in streaming. Due vigili in mascherina, infatti, piombano dietro all’altare e con fare perentorio dicono al sacerdote che quella celebrazione non s’ha da fare. Motivo dell’intervento? Il parroco ha lasciato le porte della sua chiesa aperta e fuori, sul sagrato, ad una distanza superiore all’ormai comunemente noto metro raccomandato da decreti e circolari, sono raccolti in preghiera alcuni fedeli.

Il parroco, colto di sorpresa proprio nel momento del silenzio successivo alla Comunione, cerca di spiegare ai tutori dell’ordine di aver preso le giuste precauzioni, al punto tale che l’ingresso in chiesa è sbarrato da un leggio posto al centro della navata. Ma non c’è nulla da fare: uno dei due vigili s’impossessa del microfono e fa partire il proclama: “Allora scusate signori, non è possibile fare funzioni religiosi e agglomerarsi tutti insieme. Cortesemente, dovete allontanarvi perché non è possibile”. Il sacerdote, però, non si scompone e procede senza battere ciglio con i riti di conclusione. La scena dell’irruzione, ripresa da uno dei pochi fedeli che si trovava – come tutti i presenti – al di fuori della chiesa, è probabilmente la dimostrazione più evidente di quanto abbia ragione papa Francesco nel dire che “non sempre le misure drastiche sono buone”.

In questo caso, infatti, il parroco della chiesa laziale ha messo in atto ciò che il Santo Padre ha auspicato nell’omelia pronunciata a Santa Marta in occasione del suo settennato di pontificato: “Preghiamo perché lo Spirito Santo dia ai pastori la capacità e il discernimento pastorale affinché provvedano misure che non lascino da solo il santo popolo fedele di Dio”. I banchi della parrocchia erano totalmente vuoti e l’ingresso ostruito, quindi quella di ieri era a tutti gli effetti una celebrazione senza la partecipazione dei fedeli, in ottemperanza alle disposizioni emanate dal vescovo competente, monsignor Gino Reali, e dalla Cei che ha dovuto accogliere le misure fortemente restrittive del decreto governativo.

Queste stesse regole, inoltre, consentono di lasciare aperte le chiese, dunque non si spiega perché il parroco – che pure si è premurato di scoraggiare l’ingresso dei parrocchiani nell’edificio – avrebbe dovuto chiudere le porte proprio nel momento della Santa Messa domenicale celebrata privatamente. Detto questo, ma possiamo davvero immaginare un sacerdote che interrompe la liturgia per cacciare pochi fedeli arrivati sul sagrato e visibilmente ben distanti l’uno dall’altro? Grazie alle porte aperte, piuttosto, don Mimmo è riuscito ad adottare una misura in grado di non lasciare da solo il santo popolo fedele di Dio, così come giustamente richiesto da papa Francesco venerdì scorso.

Non erano dello stesso parere, però, i due uomini della polizia municipale che non hanno tenuto conto della sacralità del luogo e del momento e nemmeno del codice penale che punisce il turbamento di una funzione religiosa. Qualora fossero stati di fronte ad una violazione così eclatante del decreto governativo sull’emergenza Coronavirus, avrebbero potuto limitarsi a richiamare i fedeli presenti sul sagrato e ad invitarli a tornare a casa. Era davvero necessario irrompere nella casa del Signore in stile Fbi durante la Santa Messa ed interromperla proprio dal luogo più sacro della chiesa, dietro l’altare ai piedi del tabernacolo?

Non risparmiando nemmeno una pubblica umiliazione al povero sacerdote, redarguito in piena diretta streaming e costretto a vedersi sottrarre il microfono per un annuncio di servizio che si poteva benissimo comunicare a voce, fuori, ai pochi presenti. Un plauso va, dunque, a don Mimmo che, nel pieno rispetto delle norme di sicurezza, ha lasciato le porte della sua chiesa aperta e nonostante il comprensibile turbamento per l’intervento così indelicato dei vigili, ha continuato imperterrito a portare a compimento la Messa.

La triste scena di Marina di Cerveteri ci richiama, sì, le terribili testimonianze di quanto avveniva ed avviene dove i cattolici sono clandestini, ma al tempo stesso – dandoci un po’ di speranza – ci riporta alla mente i racconti su quei coraggiosi preti che, durante la Seconda Guerra Mondiale, continuavano a celebrare fino alla fine anche mentre dal cielo cadevano bombe sulla loro testa.

da La nuova bussola quotidiana

 

Catania: 13 poliziotti immobilizzano un uomo. Manganellate in un video.

 

Sei volanti della polizia e anche tre uomini dell’esercito. Un dispiegamento di forze per bloccare un uomo. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, tutto sarebbe nato a bordo di un autobus a una fermata di viale Vittorio Veneto. L’uomo sarebbe salito senza il biglietto, l’autista glielo avrebbe fatto notare e il passeggero si sarebbe agitato. Al punto di convincere il conducente a chiamare la polizia. Dopo l’arrivo della prima volante, a sirene spiegate, arrivano anche le altre.

Gli agenti circondano l’uomo e, per diversi minuti, tentano di calmarlo e immobilizzarlo. Due cittadine, intanto, riprendono la scena dal proprio balcone in un video che in queste ore sta facendo il giro delle bacheche social. Nelle immagini si vede che i poliziotti intimano l’utilizzo di un taser. L’uomo, dopo le trattative a distanza, sembra rispondere alle richieste di stare fermo e di mettersi giù. Poi si rialza.

È a quel punto che, circondato dagli agenti, si vedono volare almeno due colpi di manganello. Un altro poliziotto, con lo stivale sulla schiena dell’uomo, lo porta faccia a terra. «Esagerati», commenta chi riprende la scena. Così come sui social, in queste ore, c’è chi chiede che si faccia chiarezza sull’accaduto.

Sul posto sono arrivati poi anche tre militari dell’esercito e il personale di un’ambulanza. Stando a quanto risulta a MeridioNews, l’uomo sarebbe poi stato sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio.

da MeridioNews

LINK:https://www.youtube.com/watch?time_continue=2&v=vlMI4FqwzYY&feature=emb_title