NON C'E' FEDE SENZA LOTTA

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DAVIDE LIBERO











Non andrà tutto bene

 

FONTE:Militantduquotidien

 

A quel tempo per me le cose andavano incomparabilmente meglio che in seguito; in fondo ero ancora in servizio e in casa mia, potevo ancora osservare gli avvenimenti quasi indisturbato. D’altra parte non ero ancora diventato almeno in parte insensibile, ero ancora tanto abituato a vivere in uno stato di diritto che giudicavo un profondissimo inferno quello che in seguito avrei definito al massimo un limbo.
“LTI. La lingua del Terzo Reich. Victor Klemperer”

 

Avete mai percorso più di 80 km di autostrada incrociando lungo la strada solamente tre auto? A me è successo la sera di sabato 29 febbraio, si viaggiava sulla A31 detta “della Val d’Astico”, dopo un pranzo in campagna a casa di amici. L’ultimo.

Quando non incroci nessuno per trenta chilometri qualche domanda comincia sorgere spontanea. Sai che l’A31 è un tipico esempio di infrastruttura italiana dei primi anni del nuovo millennio, un perfetto connubio di inutilità e consumo di suolo. Definita scherzosamente “Pi-Ru-Bi”, con le iniziali dei tre politici democristiani che spinsero tenacemente per la sua realizzazione alla fine degli anni ’60, la Val d’Astico è una specie di vialone elettrificato che attraversa e “collega” località mai sentite prima: Badia Polesine, Piacenza d’Adige, Noventa Vicentina, Agugliaro, Albettone-Barbarano Vicentino, Longare, Dueville, Thiene-Schio e Piovene Rocchette. Una sorta di BreBeMi (A35), l’autostrada fantasma lombarda già oggetto di numerose barzellette e dicerie, con tariffe carissime (13 euro per 62 chilometri), sperpero di contributi pubblici e corsie talmente vuote che i ragazzi di un centro sociale di Bergamo, per denunciarne il cronico inutilizzo, ci giorcarono sopra addirittura una partita di calcetto, riprendendola.

La A31 sembrava una sorta di astronave quella sera. Lì a fianco, sulla destra, accanto a quelle uscite mai sentite prima e al paesaggio che l’autostrada deserta sorvolava e che potevi solo immaginarti c’era Vo’ Euganeo il primo paese definito zona rossa in Italia assieme a Codogno. Quello stesso giorno alla radio si parla della sospensione delle messe e di tutte le celebrazioni religiose. Addirittura quattro partite della Serie A vengono rinviate per coronavirus, il risultato è che non si gioca a Milano, Torino, Bergamo e Verona.
Il Covid-19 era già entrato da un pezzo nelle case degli italiani, ma è forse da quel sabato (almeno secondo la nostra esperienza), in mezzo al deserto spettrale di quell’autostrada deserta che costeggia Vo’ Euganeo che il virus comincia a farsi onnipresente. Eppure le scuole in Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia erano già chiuse da cinque giorni, il 23 febbraio con una semplice ordinanza (Ordinanza n.1 2020 Covid-19) firmata d’intesa tra il Presidente della Regione Emilia-Romagna e il Ministero della Salute (formula che verrà poi ricopiata dal Veneto e sulla quale si baserà il primo dei successivi e famigerati Dpcm) vengono sospesi all’istante, almeno sulla carta perché l’incertezza è ancora pressoché totale e l’ambigua formulazione prevede addirittura l’inquietante utilizzo della parola eccetera, i diritti costituzionali più elementari di migliaia di italiani come muoversi, manifestare o praticare la propria religione.
Allo stesso tempo a Milano veniva lanciata la campagna #Milanononsiferma con il sindaco Beppe Sala primo testimonial e il segretario del Pd Zingaretti che si faceva fotografare impegnato in un aperitivo in città. Stessa cosa anche a Bergamo con l’appello del sindaco Giorgio Gori sulla falsariga di quello di Milano «Bergamo non ti fermare» o a Modena con il video pubblicitario #Modenanonsiferma.
Quel sabato, a fine giornata, si contarono 1049 contagiati e 29 deceduti.

La comunicazione e l’informazione, in quei primi giorni di pandemia, avevano sfornato il “meglio” di se evidenziando, ancora una volta, tutti i limiti e lo squallore della maggior parte dei massmedia italiani nonché la caratura infima della classe dirigente del paese.

Ad esempio, il Presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, il 25 febbraio, esattamente il giorno prima di autoporsi in quarantena, aveva dichiarato: «Cerchiamo di sdrammatizzare: questa è una situazione senza dubbio difficile ma non così tanto pericolosa. Il virus è aggressivo e particolarmente rapido nella diffusione ma nelle conseguenze molto meno; è poco più di una normale influenza». Nella stessa giornata, invece, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte affermava: «Tampone? Va fatto solo in casi circostanziati, abbiamo esagerato. Ora seguire prescrizioni o rischio drammatizzazione». Alcune dichiarazioni significative e la loro cronologia le aveva raccolte un compagno di Milano in questo utilissimo “diario dell’epidemia” dal quale si evidenziava, anche se in quei giorni era già chiaro più o meno a tutti, quanto fossero la confusione e l’incertezza le regine incontrastate e sovrane di quella fase.

Si navigava a vista e anche le sensazioni della popolazione seguivano l’oscillazione altalenante ed emotiva di chi era chiamato a governare l’emergenza epidemiologica e dei cosiddetti “esperti”, i quali un giorno predicavano cautela e minimizzavano e il giorno dopo spargevano benzina sul fuoco con i toni sensazionalistici tipici dei media generando vere e proprie reazioni di panico che andavano dagli assembramenti ai supermercati per le scorte di alimentari fino al primo crollo di borsa dei mercati finanziari, datato 24 febbraio.

 

Trent’anni di tagli alla sanità per poi arrivare a trattare un problema sanitario con un’ottica quasi esclusivamente securitaria.

 

Al di là dell’impreparazione cronica e di tutte le difficoltà del caso (perché bisogna pure ammetterlo, prendere delle decisioni in una situazione difficile come quella generata dal coronavirus non era e non è affatto compito semplice) la direzione intrapresa all’unisono e istantaneamente, quasi come un riflesso incondizionato dalle istituzioni è stata quella a loro più familiare: militarizzare, securitarizzare, seminare il panico e la paura e indicare un nemico facilmente identificabile da utilizzare come capro espiatorio.
In pratica la stessa identica ricetta abituale di questi ultimi anni. Il solco era già stato tracciato in precedenza e anche per quest’emergenza, che avrebbe richiesto paradigmi ben differenti, i binari della politica italiana sarebbero stati invece esattamente gli stessi. Che persino un problema di carattere sanitario sarebbe stato trattato per lo più attraverso dispositivi militari e securitari non si tarderà troppo a scoprirlo. Dopotutto anche le abitudini, gli habitus, sono un problema prevalentemente politico e, in un paese come l’Italia che ormai aveva quasi più poliziotti (453 unità ogni 100mila abitanti) che infermieri (553 ogni 100mila abitanti), anche l’emergenza coronavirus verrà affrontata con ciò che si ha a disposizione: militari e polizia.
Prendiamo da qua: “Nel nostro paese abbiamo più uomini e donne in divisa procapite che in camice bianco. Eppure i reati sono diminuiti mentre lo standard della salute pubblico si è drasticamente abbassato, con milioni di persone che hanno rinunciato a curarsi e con l’aspettativa di vita che si va riducendo (più morti che nascite). Ci voleva una serissima emergenza come quella scatenata dall’epidemia del coronavirus per rendere evidente contraddizioni e buchi neri che pure erano visibili da anni ma che sono state volute, scelte, pianificate. Ultima in ordine di tempo è l’assunzione di altri 11.000 agenti di polizia, carabinieri, finanzieri, guardie carcerarie mentre negli ospedali mancano migliaia di medici, infermieri, operatori sociosanitari. Un rovesciamento di priorità che privilegia gli apparati coercitivi rispetto a quelli con una funzione sociale, un modello di gestione autoritario piuttosto che un ampliamento del welfare. Anzi proprio perché si è andato riducendo il sistema di protezione sociale ed è cresciuto l’impoverimento di ampi strati di popolazione, si è scelto di rafforzare i ranghi degli apparati che hanno il compito di tenerli “sotto”.”
Arriviamo così, con un salto, all’altra data dirimente di questa pandemia: domenica 8 marzo. Il lockdown.
L’8 marzo la Lombardia e altre 14 province diventano “zona arancione”. Sono vietati gli spostamenti in entrata e ed in uscita dalla zona interessata, si potrà uscire di casa soltanto per emergenze o per “comprovate” esigenze lavorative, bar e ristoranti possono rimanere aperti solo dalle 6 alle 18 mentre cinema, teatri, palestre e piscine vengono chiuse direttamente, infine vengono sospese tutte le manifestazioni civili e religiose, matrimoni e funerali compresi. La sera successiva, il 9 marzo, Giuseppe Conte annuncia agli italiani che “tempo non ce n’è più”, troppi malati, troppi morti (il conto delle vittime allora toccava quota 463) perciò dal 10 marzo, un nuovo decreto e un nuovo lockdown, questa volta esteso a tutta Italia. Piazza Affari farà segnare un netto -29,15%, peggior dato di sempre dal 21 settembre 2001, mentre il giorno seguente l’Organizzazione mondiale della sanità dichiarerà ufficialmente la pandemia. Il 12 marzo l’Italia supera la quota dei mille morti, da allora arriveranno altri 4 decreti del premier, 80 diverse ordinanze fra Protezione civile, commissario per l’emergenza Arcuri e norme ministeriali, 4 moduli differenti di autocertificazioni per uscire di casa e, su tutto, una sostanziale carta bianca alle forze dell’ordine per la gestione e il controllo del lockdown.
I punti dirimenti della nuova situazione, a nostro avviso, li aveva toccati magistralmente Wolf Bukowski in questo doppio pezzo su Giap (1 e 2):

1) lo stato ha dispiegato in modo ancor più vistoso la propria forza militare, ed esteso il confusivo apparato di legislazione d’urgenza, per imporre un azzeramento della vita sociale senza neppure cercare un punto di equilibrio tra la riduzione delle libertà individuali e le esigenze di contenimento del contagio – con la plateale eccezione di lavoratori costretti a uscire per lavoro, cosa che acuiva l’indifferenza a quel «punto di equilibrio». […]

2) Il sacrosanto «non bisogna mettere in discussione la realtà dell’epidemia» scivola, ops, in un attimo, nel «non bisogna mettere in discussione il modo in cui il governo affronta l’epidemia»; e anzi: bisogna aderirvi fino alle più intime fibre. […]

3) la differenza tra i posizionamenti dei critici del neoliberismo rispetto a «tutti gli altri» viene posta in un altrove, in un al-di-là, ovvero al dopo il coronavirus. La politica diventa così teleologia; nulla differisce dalle istituzioni nel modo in cui si affronta il presente ma, ecco la fantasia consolatoria, «domani sconfiggeremo il neoliberismo».

Quello che così viene nascosto è il fatto che, avendo rinunciato a politicizzare e sottoporre a critica le scelte di cui al punto 1, nonché gli automatismi emotivi del punto 2, è assai probabile che il «dopo il coronavirus» non arrivi mai, esattamente come non siamo mai usciti dalla crisi dei subprime del 2007-2008.

Al timone del paese, dopotutto, vi trovava la stessa classe dirigente che negli ultimi dieci anni, aveva tagliato 70 mila posti letto, 359 reparti ospedalieri e tagliato 37 miliardi alla sanità pubblica. Ora però si era in balia del Covid-19 e se fino a qualche giorno prima sembrava che il governo contasse meno della Lega calcio o di Confcommercio adesso di “tempo non ce n’era più”. Le città nel mentre si trasformavano gradualmente in una sommatoria di loculi abitativi singoli dove non vi era più spazio per gli spazi sociali che non fossero il centro commerciale o il luogo di lavoro. La loro erosione tuttavia non era affatto conseguenza diretta del virus ma era già stata largamente apparecchiata dai dettami della città neoliberista, tutta decoro e sicurezza. E ora, al tempo della pandemia, sembrava quasi che il sogno impronunciabile dei sacerdoti dell’ordine e della pulizia si fosse finalmente avverato. Le case come bunker antivirali e il cittadino-vigile alla finestra. Lo spazio sociale residuale era ora ristretto allo spazio virtuale, ma forse, anche in questo caso, le cose stavano così già anche prima del virus. In fin dei conti, anche il “distanziamento sociale” era già un concetto familiare, introiettato in una società spaventata a piccole dosi come metadone. “Mai visto città più “decorose”, pulite, ordinate, “sicure” (e morte)” si lasciava sfuggire Tamar Pitch colpendo perfettamente nel segno.
Che le analogie tra i mantra del “decoro” e i modi in cui il governo affrontava l’epidemia fossero attigui era del tutto evidente. Non solo elicotteri e droni verranno impiegati come fossero parte attiva di un meccanismo sanitario antiepidemiologico ma ne sembreranno addirittura gli attori principali. Inoltre, man mano che passavano i giorni, si poteva quasi sovrapporre la consueta conferenza stampa della Protezione Civile che forniva i dati aggiornati (quanto attendibili poi non lo si saprà mai) sull’andamento dell’epidemia a quelli forniti dal Viminale che aggiornava sui controlli effettuati dalle Forze di polizia sul rispetto delle norme anti-contagio. Un rapido raffronto numerico fra il numero dei controlli effettuati dal Ministero dell’Interno e quello dei tamponi avrebbe dato risultati impietosi. Basti pensare che, secondo i dati forniti dal Viminale, dall’11 marzo al 23 aprile sono state controllate 9.814.943 persone (più del 10% dell’intera popolazione italiana) e 3.883.268 esercizi/attività controllati. I tamponi certo hanno un costo ma lo hanno anche gli eli-pattugliamenti (circa 6.000€ l’ora), i droni, i militari per le strade e i loro mezzi.
La liason tra l’Italia prima del virus e quella affetta dal Covid-19 con tutte le derive annesse, dai controlli di vicinato di età tardo “decorosa” fino al clima di delazione, riprovazione e di caccia al presunto untore della fase “epidemiologica”, la coglieva ancora una volta egregiamente Wolf Bukowski:

Tutto ciò avviene per mezzo di «ordinanze», ovvero dello strumento utilizzato e abusato since 2008 contro le finte emergenze della «sicurezza urbana» e del «decoro». Anche se apparentemente, in questo caso, l’uso delle ordinanze è giuridicamente più fondato (il sindaco è responsabile in questioni di salute pubblica), esse sono utilizzate sostanzialmente nella logica del «decoro», e non in quella del «contenimento del contagio». Esse accontentano, ma soprattutto provocano e amplificano, i più bassi istinti nella base elettorale; plasmano una popolazione che chiede di essere governata con la paura, non con una qualche forma di ragionevolezza (neppure con la ragione epidemiologica).

O, detto in altri termini, come nota un amico sociologo in questo documento: “Per restare nell’ambito delle misure di profilassi sanitaria, e della loro comunicazione da parte dei politici, è sempre più pertinente il rischio di sovrastimare la funzione delle “prove muscolari” di controllo del territorio in contrasto con le evidenze scientifiche che invece consigliano di affiancare il peso relativo di queste misure ad ampie azioni di tracciamento attivo dei contagi attraverso tamponi e rilevazioni delle storie di trasmissione, di aumentare la capacità di accoglienza complessiva dei sistemi sanitari, sociosanitari e di sostegno territoriale. Una eccessiva focalizzazione sulle sole misure di distanziamento sociale e sui vari e progressivi livelli di intensificazione del “lockdown” attraverso sempre più intense misure repressive sembra piuttosto l’esito di un’operazione che ha principalmente obiettivi emotivi e attraverso cui sembra emergere una competizione tra decisori politici nel “mostrare cautela” che ha l’effetto di realizzare una forma di infantilizzazione della collettività, andando in contraddizione con le stesse indicazioni di salute mentale pubblica promosse dall’Unione Europea.”

L’epidemia avendo il coraggio di guardarla in faccia può svelare molte cose. Si può scoprire quanto governo e popolazione siano in qualche modo simbionti e che classe politica e cittadini siano gli uni il riflesso degli altri e viceversa. In questo senso la realizzazione di forme di infantilizzazione della collettività non è affatto senza conseguenze. Come un bambino sente il bisogno del genitore, anche il cittadino sarà portato, sfilacciati i legami sociali, la comunità, in assenza di corpi intermedi e abbandonato a lungo andare ogni istanza rivendicativa (celata sempre di più tra le pagine dedicate all’ordine pubblico, alla devianza e all’illegalità) nella condizione di avere bisogno dello Stato, del suo controllo, della sua “protezione”, di un Padre che tutto vede e provvede, di un Capo le cui decisioni sono da considerarsi insindacabili anche se tradotte si esauriscono semplicemente nella fornitura di un paio di mascherine a famiglia a due mesi dall’inizio della pandemia.

Non è difficile scoprire, dopotutto, quanto come società, stiamo già ora tollerando l’imposizione di norme che non hanno quasi nessun legame con l’obiettivo per il quale esse stesse vengono spacciate. Se tale legame c’è è innanzitutto un legame di tipo politico. Con questo non vogliamo di certo dire che molti dei comportamenti dettati dall’attenzione per le regole e i decreti non siano dettati dall’attenzione per la salute, tuttavia il credere che tutte le misure che sono state prese fino a qui e che si prenderanno nell’immediato futuro siano misure esclusivamente di sanità pubblica è un grave errore di valutazione a nostro avviso. Non tutte le misure di controllo sono misure di sicurezza, e non tutte le misure di sicurezza sono misure di controllo.

Capita anche che te lo dicano pure apertamente alle volte: «abbiamo proibito l’attività fisica non perché sia la situazione più a rischio ma perché volevamo dare il senso di un regime molto stringente», ma tanto se bombardi mediaticamente «gli italiani» descrivendoli di volta in volta come incivili, indisciplinati o incapaci di seguire qualsivoglia regola, realizzando dunque una forma di infantilizzazione del cittadino, poi è ovvio che l’atteggiamento paternalista e anche un po’ fascista delle istituzioni si giustifichi e si realizzi in forme di controllo che possono assumere anche le forme dichiarate di un «regime molto stringente». Già oggi sembra che sia consentito uscire di casa soltanto per lavorare e acquistare beni di sostentamento e ad essere onesti bisognerebbe cominciare a chiamare le cose col proprio nome.

L’Italia si ritrova ad essere sottoposta ad un vero e proprio Stato di polizia. Il problema è che non lo è di certo da due mesi a questa parte. Gli elicotteri sorvegliavano i cieli delle città già da tempo (almeno a Modena erano utilizzati quasi settimanalmente in funzione anti-micro-spaccio), così come i militari pattugliavano le strade già da qualche anno e se non ce n’eravamo ancora accorti è semplicemente perché non li abbiamo voluti vedere. Prima dell’avvento del Covid-19, in Italia, in meno di tre anni, sono stati varati altrettanti decreti sicurezza che hanno svuotato rapidamente i resti, sia materiali che di senso, di quella che rincuorava definire la “Repubblica nata dalla Resistenza”.

Ogni tanto occorre storicizzare, credere che la gestione politica dell’emergenza coronavirus sia spuntata fuori dal nulla, che dall’oggi al domani siano comparse decretazioni d’urgenza, “individui dell’emergenza” come Bertolaso, e forze dell’ordine in ogni dove, è totalmente irragionevole oltre che miope. A gestire l’emergenza ci stanno gli stessi interessi, le stesse tecniche governamentali e, il più delle volte, anche le stesse persone, che hanno guidato il Paese fino alla catastrofe attuale.

Se alcune caratteristiche intrinseche del virus sono note, come la sua alta contagiosità, dovrebbero esserlo anche le condizioni della sua propagazione che includono necessariamente gli effetti di quattro decenni di neoliberismo sfrenato, di shock economy e di accumulazione per espropriazione che hanno eroso tanto la natura quanto le infrastrutture sociali che aiutano a sostenere la vita. Come afferma Naomi Klein in un’intervista: «Il Coronavirus è il disastro perfetto per il capitalismo dei disastri».

Sebbene, dopo la visione, mediata da uno schermo, dei delfini nella laguna di Venezia, dell’acqua pulita nel Po, dell’aria più respirabile o degli animali che sono tornati a riprendersi alcuni spazi in città, le forze sistemiche e mortifere che hanno condotto fin qui il mondo globalizzato non sono affatto scomparse magicamente per semplice effetto di un virus ma sono ancora all’opera e tutt’ora dominanti.
Ora che nell’immaginario collettivo cominciano a farsi largo tutte le speranze della cosiddetta fase 2, vale a dire il miraggio di un’imminente libertà, più o meno vigilata, il rischio è duplice. Da una parte vi è il serio rischio biologico-epidemiologico di finire, senza mai ammetterlo esplicitamente, a sperare in una sorta di immunità di gregge, perché si parla tanto del 4 maggio, delle aziende che riaprono (come se il lavoro, anche quello dei settori non indispensabili, si fosse mai realmente fermato), di app miracolose o di vacanze, ma di protocolli e interventi sanitari adeguati o comunque differenti dai disastri provocati in queste settimane pare si discuta ancora poco. Dall’altra si rischia di passare dal contagio temporaneo alla malattia cronica. L’asfissiante controllo poliziesco e la reclusione domiciliare barattate in nome di un’ipotetica sicurezza sanitaria non sono affatto in antitesi con la necessità di uscire, per continuare a produrre e/o a consumare, nella maggior parte dei casi con bassi standard di sicurezza.
Il «restare a casa» e il «riaprire tutto» che apparentemente sembrerebbero due posizioni antitetiche sono in realtà due teste dello stesso dispositivo.

L’11 aprile la ministra Lamorgese, in vista della fase 2 parla di possibili “focolai estremisti” lasciando perfettamente intendere su chi sarà convogliato l’asfissiante controllo delle Forze dell’ordine in quella fase, pochi giorni dopo viene invece designato il nuovo presidente di Confindustria. È Carlo Bonomi, ex numero uno di Assolombarda, vale a dire un esponente di quel padronato lombardo colpevole di aver anteposto, dichiaratamente, gli interessi economici alla salvaguardia della vita (sai che novità!). In fin dei conti l’Italia pre-Covid-19 era pur sempre un paese che contava cifre monstre alla voce morti sul lavoro, tre al giorno all’incirca, e con condizioni registrate in peggioramento da anni. Cosa potrà mai valere qualche vita in Val Seriana rispetto alla sacra combustione del profitto? Business as usual:

In Italia milioni di persone sono costrette all’eroismo quotidiano per sopravvivere a un sistema socio-economico che mette la vita umana all’ultimo posto della sua lista – dopo “varie ed eventuali” – e da una classe dirigente di scarafaggi stercorari che ad ogni emergenza s’arrampica sul tricolore, e fa appello all’orgoglio e alla coesione nazionale.
“Siamo tutti sulla stessa barca”.
Cazzate.
C’è chi ha ricevuto il tampone per la diagnosi del Covid-19 al primo sternuto, e chi è morto soffocato dopo settimane di abbandono in un ospizio-lager.
C’è chi fa la lagna via Skype perché gli manca la movida, e chi ogni mattina è costretto a rischiare il contagio per andare a produrre o cercare di vendere carabattole che adesso non ci servono, e che forse non ci serviranno mai.
Gli italiani sognano di tornare alla normalità, ma non dovrebbero.
La normalità fa schifo.
La normalità sono le fabbriche cancerogene, le formiche negli ospedali, i cravattari delle banche e dell’Unione Europea, il precariato a vita, i manganelli dei Decreti Sicurezza, i tagli sanguinosi a Sanità e Ricerca.
La normalità è quello che ha prodotto questa emergenza come tutte le altre, e che cercherà di sfruttarla a suo uso e consumo. Nella Fase 2 si potrà tornare a circolare, ma solo nei binari, come tram: divieto di qualsiasi assembramento non finalizzato alla produzione di beni e servizi.
Una vita da droni.
“Ci salveremo tutti insieme”.
Cazzate.

Come il «restare a casa» e il «riaprire tutto» siano in realtà due teste dello stesso dispositivo lo mostrano chiaramente le lotte reali che si sono sviluppate in questi due mesi (e di cui parleremo nella seconda parte di questo pezzo), cioè fabbriche, carceri e lager, le quali non negavano affatto la natura tremenda della pandemia ma svelavano, ancora una volta, quanto la criminalizzazione dei comportamenti individuali a mezzo stampa fosse servita a proteggere interessi industriali e tessuti produttivi e a coprire dinamiche strutturali e decisioni politiche che hanno reso l’espansione dell’epidemia ancora più virulenta di quanto potesse essere ai banchi di partenza. Esattamente il motivo per cui la fase 2 rischia di rivelarsi ancor più pericolosa del tempo trascorso nella cosiddetta “quarantena”.

«L’economia è il metodo, l’obiettivo è cambiare l’anima.»
Margaret Thatcher, 1981.

Ovunque ci si girasse, si trovava poi qualche amministratore che voleva «riaprire tutto», «ripartire», «accelerare», «fare in fretta», magari «snellendo la burocrazia», «deregolarizzando», «derogando», applicando cioè quelle stesse ricette che ci avevano condotto fin qui, praticamente inermi di fronte alla catastrofe imminente.
E questo è un altro tema che ha bussato urgente fin dai primi giorni di quest’emergenza. Quanto è saggio affidarsi totalmente e incondizionatamente allo Stato in questa pandemia e soprattutto cosa può lo Stato in questa situazione?

La schizofrenia iniziale è stata sotto gli occhi di tutti, comprensibile indubbiamente, ma comunque grave: «chiudo un po’ di robe a caso, pizzerie, bar ma solo dalle 18, poi saranno i padroni a decidere se farvi lavorare o no, se farvi prendere le ferie o meno, allo stesso tempo però instauro una sorta di coprifuoco per cui se port fuori il cane a pisciare sotto casa e non hai l’autocertificazione qualche zelante divisa ha il potere di denunciarti violazione dell’art. 650 del codice penale». Il fatto è che solo apparentemente le cose sono migliorate, sono migliorate forse giusto a livello comunicativo. Perché, diciamocelo, la faccia aggressiva di uno Stato che dispone principalmente la sua forza militare nel tentativo di aggirare la diffusione di un virus è lo specchio che riflette unicamente la sua profonda impotenza.

I lavoratori che hanno scioperato per la propria salute e per arginare in tutti i modi il contagio si sono caricati sulle spalle il peso di una responsabilità collettiva infinitamente più elevata di quelle che chi decide sulle nostre teste ha scansato consapevolmente e volontariamente.

Così come i lavoratori, anche i detenuti che hanno protestato nelle carceri (dando vita a una tra l’altro a rivolta che ha prodotto 14 morti di cui ancora non si sa quasi nulla) hanno mostrato molta più responsabilità di un idiota criminale come Alfonso Bonafede che avrebbe dovuto essere destituito dal Ministero della Giustizia non tanto per polemica politica ma per una questione di salute pubblica. Tra parentesi, nelle carceri non si ammalano solo i detenuti ma rischia di contagiarsi anche il personale che vi lavora all’interno e trasferire i detenuti da una carcere all’altro come avvenuto dopo le rivolte ha significato, verosimilmente, far circolare e diffondere il contagio all’interno delle strutture penitenziarie. Una scelta criminale da sommare ovviamente alla non-scelta di rilasciare parte dei detenuti così come fatto anche in paesi quali la Turchia, l’Iran o la Francia di Macron!
Bisognerebbe cominciare a pensare che le chiavi principali per uscire da questa situazione sono già oggi principalmente in mano nostra, come cittadini, perché è evidente che, ai piani alti, non ci sono piani se non il «tornare come a prima», peggio di prima. Perché già oggi, da chi affaticato sta lavorando nei reparti degli ospedali a chi li pulisce sta assumendo e detenendo consapevolmente una maggiore responsabilità di chi ha preso decisioni fin’ora. A ben guardare dunque, l’infatilizzazione della collettività portata avanti dalle nostre istituzioni non è altro che la strategia di un potere del tutto impotente, incapace di farci uscire dal guado nel quale questo virus ci ha cacciato e che dopodomani riguarderà sicuramente un qualche altro sconvolgimento dettato dal cambiamento climatico.

Dopotutto, nella “Comunità pandemica” (di Nil Mata Reyes) la politica è superflua, come un qualsiasi altro problema tecnico.

Benvenuti nella comunità pandemica, una forma di appartenenza sociale strutturata dalla logica di partecipazione e profilassi delle macchine connesse in rete. Lo scopo della vita nella comunità pandemica è di essere intimamente “in contatto” e allo stesso tempo prudentemente fuori portata, per essere completamente connessi in isolamento igienico e dunque per essere completamente isolati ad opera delle connessioni igieniche.

Tutta la vita che è stata organizzata su scala dell’istituzione —l’università, la fabbrica, l’ufficio, l’ospedale, la prigione— è ora organizzata su scala di quanto definito dagli indirizzi di rete. Nella comunità pandemica la vita sociale, lavorativa e politica è interamente contratta nella vita domestica per poi esplodere nella vita in rete. Tutto ciò che è stato gestito per sfuggire furtivamente alla cattura digitale delle reti, con rammarico, si sottomette e si connette.

L’abbondanza di tempo appena non strutturato nella comunità pandemica straripa nell’abbondanza di notifiche, pubblicità, aggiornamenti, avvisi, messaggi, bip ed inviti al tempo della rete. Se prima della pandemia una vita poteva passare attraverso varie istituzioni nel corso di una giornata, diventando a turno un lavoratore, un consumatore, un paziente e uno studente, ora una vita può formalmente assumere tutte queste posizioni simultaneamente come le schede nei browser, le app sui dispositivi, il software sui network. Le soggettività lampeggiano algoritmicamente su on e off senza sosta, come voci di un database.

Nella comunità pandemica il rischio di contagio è delocalizzato sugli altri razzializzati e sessualizzati che non possono non lavorare. Magazzinieri, camionisti, custodi, commessi degli alimentari, staff ospedalieri, spazzini e lavoratori a progetto sono il fondamento materiale di una vita domestica il più possibile connessa e il meno possibile deambulatoria. Ciò che non può essere trasmesso in streaming è compensato da una classe mobile che è tanto precaria quanto il contatto è contagioso, tanto essenziale quanto sacrificabile.

La comunità pandemica reimmagina la domesticità come la sintesi di rete della sicurezza e dell’efficenza, un sito integrato e inter-operabile dove le divisioni spaziali e temporali tra lavoro produttivo e riproduttivo possono essere superate. In case confinate ma connesse, le vite possono dormire, mangiare, fare i genitori, lavorare, bere, cucinare, scopare, insegnare e trasmettere in ambienti controllati e disciplinati. Che sia svolto a casa o a sostegno delle case degli altri, tutto il lavoro è ora domestico. Quelle vite le cui case sono in se stesse ostili a causa di un affitto insostenibile, degli abusi domestici o del sovraffollamento, sono abbandonate come perdite statisticamente prevedibili ma in ultima analisi da scartare, mentre quelle senza casa nemmeno sono contemplate nell’equazione.

La comunità pandemica non è una comunità di corpi, ma di dati. Quanto più della vita diventa connesso, tanto più le reti sanno sulla vita, e quanto più della vita viene appreso dalle reti, tanto più potere le reti detengono sulla vita. Nella comunità pandemica la produzione reciproca di conoscenza e potere su cui sono state fondate le istituzioni disciplinari è completamente automatizzata. Tutte le azioni performate sui network producono un surplus di dati che – attraverso la loro accumulazione – ritorna infine come arma contro la vita. La politica è superflua, come un qualsiasi altro problema tecnico.

parte prima