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DAVIDE LIBERO











Il carcere al tempo del coronavirus

 


 

 

Chi nel paese chiederà verità e giustizia per i 13 detenuti morti durante le rivolte del Marzo scorso?
Probabilmente nessuno perchè quei 13 morti, a confronto con i 30 mila da Covid 19, non fanno notizia soprattutto se le fonti ufficiali parlano di overdose. Quei detenuti hanno fatto razzia delle infermerie e una over dose di medicinali potrebbe essere archiviata come suicidio.
Le rivolte nelle carceri italiane sono sempre statelegate ai problemi del sovraffollamento che resta il principale problema negli istituti di pena.
Poi le rivolte possono anche essere spontanee od organizzate come accaduto negli anni settanta e ottanta quando migliaia erano i detenuti politici.
Che a organizzare le rivolte possa essere la criminalità organizzata per ottenere sconti di pena è anche possibile, resta il fatto che nelle carceri italiani si vive in condizioni disumane e si contraggono malattie di ogni genere.
La paura del Coronavirus ha rappresentato la principale causa delle rivolte, questo fatto resta innegabile perchè in luoghi angusti non è possibile applicare il distanziamento sociale e i centri clinici sono stati per anni depotenziati.
La possibilità che ci si ammali, e si muoia, in un ghetto, in un carcere o in qualche campo profughi, è sicuramente elevata.
Gli avvocati penalisti hanno fatto bene a prendere posizione contro ogni ingerenza della politica sull’operato dei giudici di sorveglianza che applicano la legge per scongiurare la morte in cella, che poi a beneficiare di queste misure possa essere anche la criminalità organizzata è possibile ma non giustifica la condizione disumana nelle carceri italiani e non deve essere preso a pretesto per giustificare il sovraffollamento il quale, è bene ricordarlo, puo’ essere causa del diffondersi dei contagi. Quanti sono i positivi in carcere? Non lo sappiamo come non conosciamo il numero dei test sierologici e dei tamponi effettuati.
La polemica fa dimenticare che i detenuti in 41bis rappresentano poco piu’ dell’1% della popolazione detenuta, il 10% fa parte di organizzazioni criminali ma quasi il 90% della popolazione carceraria è composta da comuni (i politici ormai sono poche decine, diversi dei quali in 41 bis per reati di associazione sovversiva), molti dei quali migranti e per lo piu’ con bassissima scolarizzazione. Sono poi migliaia i detenuti in condizioni di salute precaria, per questo è opportuno avvalersi della definizione di Sandro Margara, quella detenzione sociale che non rappresenta alcuna minaccia sociale e andrebbe invece vista come opportunità per avviare dei percorsi di reinseimento nell società. E nella polemica divampante si rischia di fare di ogni erba un fascio e cadere nelle logiche securitarie senza mai volgere lo sguardo al sovraffollamento.
Rischiamo una lettura semplificata della realtà e ad uso e consumo di culture repressive e securitarie, della serie che andrebbe buttata via la chiave lasciando marcire e morire in carcere i detenuti. Il sovraffollamento riguarda anche i secondini, gli operatori socio sanitari, il personale sanitario degli istituti di pena , rappresenta per tutti un problema reale.
Non affrontare i problemi sociali e carcerari oggi porta vantaggi elettorali perchè quanti hanno perso il lavoro non hanno certo il cuore tenero verso gli ultimi, cadono spesso preda degli urlatori politici che denunciano le eccessive spese per le carceri a solo svantaggio “degli onesti”
Il contagio dovrebbe invece rappresentare una sfida al senso comune, alla ipocrisia di massa securitaria e a guardare oltre le sbarre, non farlo significherebbe distogliere lo sguardo dalle baraccopoli attorno ai campi o dai quartieri delle case popolari ove positivi e non convivono in pochi metri quadrati.
Il contagio allora diventa anche una questione di classe, perfino giornalisti liberal parlano di pandemia classista nel caso degli Usa, non si capisce perchè evitino di utilizzare lo stesso parametro di giudizio in Italia.
Forse esiste già una risposta , ossia che in Italia non abbiamo mai fatto i conti con la cultura dell’emergenza, con le leggi che hanno condannato uomini e donne ad anni di carcere per reati legati alla tossicodipedenza senza mai pensare a misure alternative. E in tempi di contagio, certe rimozioni possono costare care a chiunque si trovi in carcere, detenuto e non.

 

Federico Giusti