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DAVIDE LIBERO











They can’t breathe too

 

FONTE:Yairaiha Onlus

 

Si chiamavano Artur, Salvatore, Ghazi, Haitem, Hafedeh, Ben Mesmia, Alì, Agrebi, Ariel, Rouan, Marco, Carlo Samir, Ante. A differenza di George Floyd, barbaramente assassinato da un poliziotto a Minneapolis, non abbiamo (o forse non avremo mai) riprese video di come siano morti, degli ultimi minuti, degli ultimi respiri delle loro vite.

Non sappiamo e forse non sapremo mai se sia stato un ginocchio sul collo o una scarica di calci, pugni, manganellate o altre sevizie ad ucciderli; ma possiamo immaginare che abbiano implorato il loro/i loro aguzzino/i di smettere, di non ucciderli; possiamo immaginare lo stesso terrore che abbiamo potuto vedere sul volto di George Floyd, attraversare i loro volti; possiamo immaginare che anche loro, negli ultimi istanti prima di morire, non riuscissero più a respirare. Eppure sono morti nel silenzio pressoché totale.

Peggio della loro morte, per certi aspetti, è l’indifferenza generale che li ha avvolti e, un minuto dopo, già dimenticati. La “società dei selfie” in questo caso, per questi morti, non ha avuto, e forse non avrà, una immagine da esibire sui social a testimoniare la propria fugace indignazione.

Meglio indignarsi per gli “altrui” morti ed esaltarsi per l’esplosione dell’altrui rabbia che mettere in discussione quanto avviene in casa propria! Troppa fatica per una storia che, in assenza di immagini spendibili nelle dinamiche del consenso politico d’accatto, non avrebbe permesso la messa in campo di una “estetica del conflitto” e il conseguente pieno di like!

Le dinamiche che si celano dietro la riuscita dei topic trend sono chiarissime: una immagine compassionevole e accattivante al punto giusto accompagnata da una frase ad effetto sull’argomento del giorno. Poco importa che il minuto dopo viene soppiantata da un altro argomento.

Poco importa che per quel dato fatto non ci sarà mai chiarezza o giustizia, l’importante sarà aver fatto il pieno di like. Tra la società dei selfie, le immagini dei palazzi a fuoco di ieri hanno già offuscato quella di George Floyd soffocato dal ginocchio del poliziotto (mentre l’autopsia ufficiale, esattamente come per i 14 morti nostrani, già assolve il poliziotto affermando che Floyd non è morto per asfissia o strangolamento!)

Immagini passate bypassando completamente la morte di un ragazzino di 19 anni sparato da un Suv in corsa per le strade di Detroit durante una delle tante manifestazioni che continuano a diffondersi in lungo e largo per le strade americane.

Per la società dei selfie è difficile anche solo immaginare che dietro le morti di Artur, Salvatore, Ghazi, Haitem, Hafedeh, Ben Mesmia, Alì, Agrebi, Ariel, Rouan, Marco, Carlo Samir e Ante, ci siano state violenze e razzismo dettate da quello stesso suprematismo bianco e corporativo che in Italia, esattamente come negli Stati Uniti d’America, abbonda in diversi corpi di FF.OO..

Eppure basterebbe scorrere alcuni social di gruppi appartenenti alla polizia penitenziaria per averne conferma: all’abbondanza di aggettivi spregiativi e sessisti indirizzati generalmente ai detenuti e ai loro familiari, che non risparmiano neanche le associazioni e gli organismi di difesa e garanzia dei diritti dei detenuti, fanno da contrappunto aggettivi dal tono esplicitamente razzista nel momento in cui vengono rivolti specificatamente a detenuti migranti.

Una società che avrebbe dovuto, esattamente come a Minneapolis e nel resto degli Stati Uniti, scendere in piazza e chiedere conto di queste morti; interrogarsi, e interrogare il governo e l’amministrazione penitenziaria, sullo strano silenzio calato su ben 14 morti, “scaricati” dalla conta serale con un certificato di morte “per metadone e altro”. Certificato redatto prima ancora che l’autopsia venisse eseguita e che, guarda caso, molto velocemente confermerà la morte per metadone; esattamente come il risultato autoptico di George Floyd che nega l’evidente morte per soffocamento.

14 morti sui quali è stata taciuta per quasi due settimane identità e nazionalità in attesa, forse, che si “calmassero” le acque e poter fornire l’alibi del metadone a quella che potrebbe essere ricordata, se ci fosse la volontà collettiva di indignarsi e ricercare “verità e giustizia” anche per loro – morti e occultati nelle mani dello stato italiano, come una vera e propria strage di detenuti su base etnica avvenuta tra l’8 e il 10 marzo nelle carceri di Modena, Bologna e Rieti.

Ma forse è chiedere troppo ad una società la cui indignazione corre sui social al tempo di un like.

 

Sandra Berardi