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Una pena nel rispetto della dignità. La relazione del garante nazionale dei detenuti

 

Una boccata d’ossigeno in un ambiente denso di nubi, alcune potenzialmente tossiche. La Relazione annuale del Garante nazionale delle persone private della libertà è stata presentata simbolicamente in un’aula dell’Università Roma Tre. Una scelta, quella dell’università, per evocare quanto la questione delle garanzie, delle libertà, della tortura, della vita quotidiana nei luoghi di detenzione sia anche una questione culturale. Solo un sapere profondo e critico ha la forza di spingere verso trasformazioni sociali e mutamenti di pratiche, altrimenti lesive dei diritti fondamentali.

Un anno complicato è stato quello che Mauro Palma ha dovuto riassumere. È successo un po’ di tutto: l’orgia securitaria salviniana con il decreto-sicurezza-bis, la criminalizzazione delle organizzazioni non governative, le prime inchieste per tortura in giro per le Corti italiane, il sovraffollamento carcerario crescente, l’epidemia e i provvedimenti necessari di deflazione al fine di evitare tragedie e contagi di massa, la concessione di più telefonate e video-chiamate ai detenuti, le morti a Modena e Rieti dopo le proteste, la campagna mediatica nel nome di una presunta anti-mafia contro talune scarcerazioni della magistratura di sorveglianza, i nuovi numeri in crescita della popolazione detenuta.

Mauro Palma ha costruito un mosaico complesso, i cui tasselli sono piccole fotografie tenute insieme da un’idea di fondo, che è quella espressa inequivocabilmente all’articolo 27 della nostra Costituzione: la pena non può consistere (mai) in trattamenti contrari al senso di umanità e deve tendere (sempre) alla rieducazione del condannato. Se ne facciano una ragione tutti coloro che amano vivere fuori dal confine dei valori e dei principi costituzionali.
Anche se Liana Milella, autorevole giornalista di Repubblica, nell’intervistare Mauro Palma afferma che la nostra Costituzione non dovrebbe valere per i mafiosi che hanno ucciso Falcone e Borsellino. La sua è un’anomala, nonché illegittima interpretazione di norme scritte con il sangue e il dolore di chi aveva vissuto l’esperienza tragica del carcere fascista, condita da abusi, violenze e torture. Sarebbe importante se gli stessi magistrati impegnati nella lotta alle mafie, così come ha fatto Mauro Palma nella risposta alla giornalista, ribadiscano che l’articolo 27 della Costituzione vale per tutti e che a nessuno può essere tolta la dignità umana.

C’è una parola su cui Mauro Palma si è soffermato nella sua Relazione: anonimia. Il detenuto è spesso reso anonimo, ridotto a numero. L’affollamento carcerario lo rende a volta indistinguibile: nomi e volti sono ignoti agli stessi operatori penitenziari che, sempre in difetto di organico, devono confrontarsi con una gran quantità di persone. In questo modo non sarà per loro possibile intercettare la disperazione di chi sta in carcere.

I suicidi nelle prigioni sono in molti casi esito di una profonda disperazione individuale, che però le istituzioni non intercettano. Il detenuto suicida resta dunque un numero, uno dei ventitrè che si è tolto la vita nel 2020. Così come anonimi sono i tredici detenuti morti lo scorso marzo e anonimi sono tutti quei migranti, lasciati affogare o torturare fuori dai nostri intoccabili confini.

E, infine, anonimi restano tutti quei direttori, educatori, poliziotti che ogni giorno si dedicano al rispetto dell’articolo 27 della Costituzione. Ammutoliti e resi anonimi anche da chi si erge a loro rappresentante sui luoghi di lavoro. Vi sono sindacati autonomi che al posto di lottare per una pena costituzionale nonché per una trasformazione moderna e gratificante del lavoro del poliziotto, chiedono l’abrogazione del reato di tortura o della legge istitutiva del Garante. Noi, invece, siamo felici di avere avuto nel lontano 1998 (il primo disegno di legge aveva quale firma di apertura quella di Ersilia Salvato) quell’intuizione che ha portato oggi a disporre di un meccanismo nazionale di prevenzione della tortura, così autorevolmente presieduto.

Patrizio Gonnella da il manifesto

 

Il Garante: «Si va in carcere perché si è puniti e non per essere puniti»

 

Il rischio di un ritorno graduale al sovraffollamento, la tendenza a psichiatrizzare ogni difficoltà che si manifesta all’interno del carcere, ritmo frequente di suicidi e non è mancata nemmeno una stilettata all’amministrazione penitenziaria precedente quando quest’ultima parlava di «sovraffollamento virtuale». Questo e altro ancora ha relazionato il Garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma durante la presentazione della relazione annuale al Parlamento tenutasi ieri mattina all’Università Roma Tre Il Garante parte dalla considerazione che il Covid 19 non ha risparmiato nessuno e ha avuto ricadute anche nelle situazioni di sofferenza preesistenti. «L’emergenza determinata dal contagio da Covid- 19 ha mutato la nostra percezione della difficoltà e del dolore, così come la capacità di analizzare i luoghi dove il dolore già prima di tale emergenza si coagulava perché intrinseco alla privazione della libertà, qualunque ne possa essere la causa che l’ha determinata», ha sottolineato il Garante.

IL COVID 19 COME LA PALLA D’ACCIAIO IN “PROVA D’ORCHESTRA”

Per comprendere il momento attuale, Palma è ricorso a un’immagine, quasi una metafora. Ha evocato il film Prova d’orchestra di Federico Fellini. L’immagine è nella parte finale, quando improvvisamente irrompe nella piuttosto tumultuosa orchestra una enorme palla d’acciaio che sfonda le pareti. «Un evento imprevisto – ha spiegato Palma – che disaggrega del tutto il dinamismo, già alquanto confusionario, che caratterizzava il “prima”. Allo sconcerto e all’irrazionalità dell’evento segue un “dopo” che non è il semplice tornare a suonare tra le rovine come se nulla sia accaduto, perché anche le relazioni tra orchestrali e con il direttore sono sostanzialmente mutate». Ma – ha proseguito il Garante – «gli esiti possono essere diversi: se da un lato si riprende a suonare, si ritrova un’armonia ricompositiva, dall’altro il direttore ormai parla con linguaggio rigido – nel film enfaticamente parla in un tedesco gutturale – indicativo di un ordine in cui le soggettività non hanno più espressione».

Cosa sta a significare questa metafora? Palma ha spiegato che anche a noi, attualmente, si pone il problema del come riprendere a suonare, certamente in modo diverso da prima: se rimanere vittime dello sgomento, oppure trovare una nuova forma armonica diversa dalla precedente che non si esponga all’irruzione di una nuova sfera d’acciaio; o se, malauguratamente affidarci a una connessione tra suonatori che semplicemente esegua ordini e non sia più artefice della propria musica. «Credo – ha osservato Palma – che la nuova forma di armonia possibile sia l’obiettivo delnostro “dopo”».

L’UNIVERSO CARCERARIO NON PUÒ ESSERE PARAMETRATO AL 41 BIS

Vale la pena riportare un altro passaggio fondamentale del Garante. È quello relativo alla connessione tra la garanzia di sicurezza e la finalità costituzionale della pena. «Il principio ordinamentale dell’esecuzione penale – ha spiegato Palma – si fonda sulla differenziazione di percorsi e di interventi mirati e non sull’aggravamento di condizioni di vita all’interno del carcere». Il Garante ha sottolineato che «il contenuto della pena detentiva è la privazione della libertà e si va in carcere perché si è puniti e non per essere puniti». L’altra osservazione di Mauro Palma è stata quando ha posto l’accento sul rischio di riassumere tutta la complessità detentiva in uno specifico sottoinsieme di assoluta minoranza, rappresentato dall’area della cosiddetta “Alta sicurezza” e del 41 bis, e così «finire col dosare su di esso le scelte relative alla quotidianità detentiva di tutti».

La relazione annuale, di ben 408 pagine, dell’autorità del Garante è composta sostanzialmente da quattro sezioni. La prima riguarda i temi principali che hanno coinvolto negli ultimi mesi il mandato istituzionale dell’autorità. Quindi vale la pena soffermarsi. C’è la questione dell’ostatività all’accesso ai benefici e alle misure alternative, al centro di due giudizi, della Corte di Strasburgo e della Corte Costituzionale italiana, che, seppur con accenti diversi, parlavano la stessa “lingua”. Il Garante nazionale, nella relazione nota che, anche alla luce di queste decisioni, l’esercizio di giustizia non può prescindere dall’offrire a ogni autore di reato una «prospettiva di speranza verso cui orientare il proprio sguardo: diretto al futuro e non voltato al passato».

Si affronta la questione dei cosiddetti Decreti sicurezza ( 2018 e 2019), le cui modifiche sono al centro dell’attuale dibattito politico. Il Garante nazionale aveva evidenziato fin da subito l’incompatibilità del testo adottato per quanto riguarda il caso di navi impegnate in attività di ricerca e soccorso in mare, con gli obblighi internazionali cui l’Italia è vincolata. A questo proposito, il Garante nota che «senza un passo indietro del Legislatore e un ripensamento globale delle politiche di gestione delle frontiere, il Mediterraneo rischia tuttora di rimanere teatro di violazioni», ribadendo fra l’altro «l’inconciliabile contrapposizione logica tra la previsione di un’area di ricerca e soccorso di competenza libica e l’impossibilità di ritenere la Libia un place of safety, cosa di cui nessuno può dubitare».

Un grosso capitolo della relazione è sull’emergenza sanitaria da Covid- 19, che ha comportato, attraverso provvedimenti legislativi, significative limitazioni alle libertà fondamentali dei cittadini e in alcuni casi, persino situazioni di privazione de facto della libertà personale. È stato il caso delle Residenze sanitarie per anziani, sulle quali l’Istituto superiore di sanità, ha condotto una ricerca alla quale ha collaborato anche il Garante nazionale, ricerca che ha contribuito a fare luce sulla «gravità delle conseguenze della diffusione del virus in queste strutture».

Sul tema più complesso dei riflessi dell’emergenza sul rischio di pandemia in carcere, il Garante giudica la risposta governativa come «un primo passo importante, soprattutto da punto di vista culturale, nella direzione dell’obiettivo di ridurre quella densità di popolazione detenuta negli Istituti che, nell’occasione dell’emergenza sanitaria, dava con evidenza il segno della sua insostenibilità. Un primo passo, quindi, cui avrebbero dovuto seguirne altri più incisivi anche al fine di affrontare una criticità sistemica che richiede un ripensamento complessivo sull’esecuzione delle pene e sulla unicità della pena carceraria come sistema di risposta alla commissione del reato».

LE MISURE DEL LOCKDOWN HANNO GENERATO ANGOSCIA

La relazione affronta anche il caso delle proteste e i disordini in carcere che hanno segnato i tempi recenti, con gravissime conseguenze: 14 detenuti morti. Evento tragico che è stato rapidamente archiviato, quasi come “effetto collaterale” delle rivolte. Il Garante nazionale, come in casi simili, si è presentato come persona offesa nei procedimenti relativi all’accertamento delle cause dei decessi, nominando anche un proprio difensore e un proprio consulente medico legale. A monte delle proteste c’è stata – si legge nella relazione – anche «una comunicazione sbagliata, tendente a presentare le misure che necessariamente si stavano per adottare come totalmente preclusive di ogni possibilità di contatto con l’esterno e di proseguimento di percorsi avviati: non solo, comprensibilmente, niente colloqui con persone care cui peraltro era impedito il muoversi nel territorio, ma anche niente più semilibertà o permessi o attività che vedesse il supporto di figure esterne». A questo punto vale la pena di ritornare nuovamente alle parole di Mauro Palma. Durante la presentazione ha fatto riferimento all’ansia che tutto ciò ha generato alle persone private della libertà, anziani delle Rsa compresi. Una doppia ansia che ha determinato l’angoscia, «che è ben diversa dalla paura perché non individua l’oggetto del proprio sentimento e, quindi, non può neppure esorcizzarlo. Può determinare l’abbandonarsi».

Damiano Aliprandi da il dubbio