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DAVIDE LIBERO











Fa più paura la normalità o l’eccezionalità, nell’Italia del 2020?

 

FONTE:Contropiano

 

La vicenda della caserma-criminale di Piacenza deve ridefinire la nostra visione del rapporto tra normalità ed eccezionalità, quando si parla di ordine pubblico.

L’infinito rosario di “deviazioni istituzionali” delle forze di polizia, e segnatamente dell’Arma – dentro scenari epocali come i tentati golpe, o miserabilmente locali come lo spaccio piacentino – non deve distrarci da un punto essenziale: è la “normalità” delle cose, che deve preoccuparci, non i fatti eclatanti. E’ il quotidiano, la minuteria, che deve farci riflettere – e in qualche caso spaventare.

Un esempio viene da un’altra istituzione benemerita, il Settimo Reparto Mobile. Avevo sentito parlare di una strana procedura, evidentemente legale, che veniva promossa dagli uffici di tale settore di polizia, una prassi talmente equivoca che a me sembrava anche poco credibile.

Esisteva davvero un documento scritto che la provasse? Poi, finalmente ne ho trovato uno. E’ una fotocopia grigiastra, un po’ sbiadita, sbianchettata nei nomi ma leggibile. E’ un reperto che andrebbe conservato, per raccontare e ricordare l’Italia del 2020, al di là delle smancerie sull’”andrà tutto bene”; questo pezzo di carta dice esattamente il contrario: andrà tutto male. Ed è un messaggio piuttosto esplicito.

La carta intestata è, appunto, quella del Settimo Reparto Mobile di Bologna Ufficio generale e coordinamento. L’oggetto è una richiesta di risarcimento danni subiti dall’Amministrazione. Il destinatario? Il nome non è molto importante. E’ uno dei tanti. Uno tra le migliaia di donne e uomini che in questi ultimi anni hanno alzato la testa – e qualche bandiera –, per reclamare il minimo sindacale dei diritti contrattuali.

Potrebbe essere uno qualsiasi tra i forzati dei prosciuttifici o piuttosto un abitatore dei frenetici magazzini della logistica emiliana, o un qualunque sfruttato situato in qualche snodo caldo, lungo la mefitica catena dell’agroalimentare italiano.

Nel caso specifico, è sicuramente uno dei centinaia (500? 600?) cittadini modenesi che hanno una posizione aperta presso il Tribunale di Modena, per reati “gravissimi” come il picchettaggio dell’azienda (in cui magari hanno lavorato per vent’anni) o la celeberrima accoppiata “resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale” – due categorie penali che viaggiano sempre insieme: si oltraggia e si resiste sempre in simultanea, nei verbali di polizia.

Torniamo al reperto cartaceo. Questa che ho davanti è una raccomandata a.r. L’oggetto è inequivocabile: “Lesioni patite dal Viceispettore XXXX in occasione del presidio sindacale davanti allo stabilimento XXXX Risarcimento danni subiti dall’Amministrazione per le assenze del personale della P.S. per colpa terzi.”

Una richiesta danni spedita da un ufficio della Celere ai danni di un manifestante – sicuramente già deferito all’autorità giudiziaria.

Quindi, se ho capito bene: il Viceispettore in questione ha “patito lesioni” in occasione di un presidio sindacale e i costi del disagio organizzativo vengono addebitati al presunto responsabile.

Attenzione, però, qua c’è il primo elemento bizzarro: che ci siano state lesioni e patimento deve dirlo un giudice, mica una denuncia di polizia.

L’amministrazione però è dinamica, vuole guardare avanti. Ti metti ad aspettare le sentenze, di questi tempi? Loro calcolano che comunque il vuoto in organico c’è stato, e nei paragrafi successivi si puntualizza anche il danno erariale in termini di oneri assistenziali, previdenziali, retributivi. Il danno è contabilizzato con burocratica e italianissima precisione centesimale: EURO TREDICIMILASESSANTOTTO, 74.

Quindi il destinatario del provvedimento, ha partecipato a un picchetto sindacale; che ha provocato un tafferuglio; che ha cagionato un patimento all’ispettore; che si è messo in malattia; che ha provocato un vuoto di organico; che ha portato un vulnus economico che il destinatario con dolo causò (qua ci starebbe bene una colonna sonora di Branduardi)…

L’accusa fa riferimento ad una nota vertenza che ha avuto una certa eco nazionale, presso uno stabilimento modenese, tra il 2018 e il 2019. Quasi tutte le protagoniste di quella vertenza erano donne, parecchie non più giovani, nessuna armata di strumenti atti ad offendere, tutte ripetutamente intossicate da gas lacrimogeni profusi quotidianamente per evitare qualsiasi intralcio al carico/scarico merci.

Lavoratori della logistica e solidali arrivavano la mattina per dare un mano al presidio e sostenere le ragioni di quelle lavoratrici. Tutto davanti alle telecamere e agli smartphone che producevano dirette facebook su ciò che accadeva. L’agente ferito sarà stato refertato presso l’ospedale di Baggiovara, immaginiamo: ci sono eloquenti immagini in rete di una fila di celerini bardati in attesa di essere visitati, durante una di quelle giornate.

Il fatto che tali blandissime dinamiche di piazza producano una denuncia penale, è un meccanismo abbastanza consueto, ognuno può trarre le conclusioni che vuole su questi scenari ricorrenti: chi siamo noi per mettere in dubbio che queste amazzoni-operaie o questi facchini ninja, seduti in terra e con le mani alzate, possano provocare “patimento” ai giovanottoni super attrezzati che devono garantire il libero mercato?

Ma qui, con questa richiesta specifica, entriamo in un campo inedito: il Settimo Reparto Celere sta chiedendo in prima persona un risarcimento diretto all’operaio denunciato, senza attendere nessuna sentenza di giustizia penale o amministrativa.

Il corpo di polizia afferma che con la sua violenza, il signore o la signora in questione abbiano comunque cagionato un danno all’organizzazione del Reparto – perché aspettare un giudice? E quindi, prima di qualsiasi provvedimento giudiziario, intima formalmente, in via amministrativa, l’azione di risarcimento. Tredicimila e dispari euro.

Ripetiamo: un corpo di polizia, assai noto per chiunque abbia avuto a che fare con manifestazioni di piazza, invia una raccomandata ad un privato cittadino e gli chiede, senza troppi formalismi, di effettuare un versamento (in questo caso ingente) sul proprio conto corrente. In calce al documento sono anche riportate le coordinate IBAN (specificare nella causale: risarcimento danni). Il Settimo Reparto Mobile ha un conto corrente intestato.

Potrebbe toccare a chiunque, di ricevere questa intimazione. Potrebbe trattarsi, ad esempio, di una richiesta di risarcimento per gli straordinari pagati a seguito di una manifestazione non autorizzata a cui abbiamo preso parte – anche inconsapevolmente o senza esiti cruenti.

Questa cifra, per altro, non essendo una oblazione o una sanzione comminata da un giudice, non estingue la denuncia. E’ in qualche modo una richiesta da “privato” a “privato”. Il documento non è neanche firmato da un avvocato o da una struttura legale, come sarebbe per un richiesta danni tra condomini: è il Primo Dirigente della Polizia di Stato (tale è la sua qualifica) che firma direttamente l’intimazione. Ci dia i soldi, punto.

Ne sono arrivate anche altre, di queste sorprese a mezzo raccomandata – non tutte facilmente reperibili. Le operaie sono terrorizzate. Simili richieste possono mandare zampe all’aria una famiglia povera.

In un caso una signora, attiva nella medesima vertenza, ha ricevuto un avviso orale alla presenza del figlio piccolo, mentre andava a rinnovare il permesso di soggiorno per il bimbo. L’avviso orale consiste in un verbale da firmare: non c’è la contestazione di un reato specifico, ma si invita con tono minaccioso la persona a “cambiare condotta di vita” (proprio questa è la formula, che poteva uscire di bocca a un curato di paese 50 anni fa).

Non ci risulta, per altro, che alcun imprenditore, appaltatore, capo cooperativa dedito alla intermediazione illegale di mano d’opera, sia mai stato “avvisato” dal Questore. I consigli di amministrazione, i caporali, i consulenti del lavoro, i commercialisti complici, di solito non vengono invitati a cambiare vita.

Questi lavoratori bersagliati da raccomandate minacciose, oltre che da denunce e processi, cominciano a rendersi conto che in questo paese (sono in prevalenza non italiane/i) reclamare diritti e legalità sia una faccenda pericolosa, che può comportare strascichi penali e pericoli personali per molti anni.

Qualcuno forse sta cominciando a pensare: chi se ne frega? Agli italiani sta bene così? Gli piace come gira questo loro paese? Perché devo mettere a rischio la mia fedina penale o il futuro dei miei figli? Meglio adattarsi. Le cose, alla fine, vanno un po’ come in molti delle loro nazioni d’origine: i poveri devono subire e se si ribellano la polizia li minaccia. Tutto il mondo è così, penseranno. Forse è questa la famosa integrazione, che si chiede agli stranieri.

La forza di deterrenza – chiamiamola così –, di queste iniziative è psicologicamente molto potente: un corpo armato dello Stato chiede soldi ad un privato cittadino, con scadenza perentoria e nessun margine di discussione. Se sono importi consistenti probabilmente il destinatario della richiesta si rivolgerà ad un avvocato che gli sconsiglierà assolutamente di pagare alcunché, vista la inconsistenza giuridica della pretesa.

Se però le cifre sono più basse e il “danno causato” ammonta a qualche centinaio di euro, qualche povera anima potrebbe anche essere tentata di fare il versamento e amen; penseranno: loro sono poliziotti, magari proprio quelli che mi hanno bastonato, io sono un poveraccio che lavora precario in fabbrica, per di più straniero, forse è meglio pagare e ridurre il danno.

Mi rendo conto che sono molti i paesi in cui la Polizia chiede soldi ai cittadini, al di fuori di qualsiasi procedura giudiziale; qui i metodi sono formalmente ineccepibili, con timbri e raccomandate: ma la sostanza cambia poi molto? La fantasia semantica potrebbe suggerire molte diverse definizioni di una tale prassi.

Che razza di paese stiamo diventando? Una mattina vai alla cassetta della posta e trovi, insieme alle solite bollette, delle misteriose richieste di risarcimenti inappellabili.

Ma perché pagare? La paghiamo già, la polizia. Fino all’ultimo centesimo. Paghiamo anche gli interventi straordinari coordinati con le direzioni aziendali e le guardie giurate assoldate dalle medesime. Paghiamo salari, mezzi, strutture, caserme, indennità. Paghiamo quelli che ci picchiano, quelli che ci arrestano, che ci spiano indefessamente. Perché chiederci altri soldi? Dovrebbe essere tutto compreso nel servizio.

Questo a Modena, città medaglia d’oro della Resistenza, dove il Tribunale è intasato di fascicoli istruiti contro operaie e operai.

Poi c’è Piacenza, con la sua gang in bandoliera. E Bologna dove i PM si succedono, ma sempre con le medesime ossessioni anti-sovversione. Sempre l’Emilia, che è poi l’Emilia della Uno Bianca, la vecchia Emilia che si crogiola nelle sue stinte mitologie, rifiutando di fare i conti con la sua storia recente. E subisce scivolamenti pericolosissimi negli equilibri istituzionali.

Per capirci: quando si torturavano i prigionieri politici, era il presidente Spadolini a dare l’ok al dott. De Tormentis; quando poliziotti travisati sparavano a Giorgiana Masi, era Cossiga ad assumersene la responsabilità pubblica.

Ma oggi non è questo lo scenario: oggi c’è un vuoto politico disperato, pienamente post (molto post) democratico, con figurine esangui di governatori e premier palesemente inabili a qualsiasi funzione di mediazione politica, totalmente privi di consapevolezza o autorevolezza.

E in questo vuoto sguazzano i corpi dello Stato: pezzi di amministrazione pubblica, sbirri, Procure, direttori di penitenziari – bande armate, microcircuiti di potere, segmenti e signorotti che si allargano ogni giorno di più, guadagnando spazio in un processo di feudalizzazione delle funzioni pubbliche. Fino a chiedere soldi ai cittadini a domicilio.

E’ sotto il pelo d’acqua di questa palude che si intravede il ghigno di Palamara, il narcotraffico in divisa, il magistrato anti No Tav che invoca le leggi antiterrorismo, il celerino che mette a posto le vertenze sindacali a bastonate, con i sinceri ringraziamenti della proprietà.

Torniamo all’inizio: fa più paura la normalità o l’eccezionalità, nell’Italia del 2020?

 

Giovanni Iozzoli