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Stadi vuoti questure piene

 

FONTE: Osservatorio Repressione

 

Nonostante con la pandemia le partite si giochino a porte chiuse, i diffidati ad accedere alle manifestazioni sportive ogni domenica devono andare in questura. Perché il dispositivo repressivo va oltre il suo obiettivo concreto

 

Sono le due di pomeriggio di una domenica di sole e bora. Siamo a Trieste, fuori dalla questura. Nello stesso momento in cui fischia il calcio di inizio che vede undici giocatori della Triestina contro undici giocatori della Fermana, altre tredici persone entrano in questura. Devono firmare, ovvero segnare il loro nome e cognome su un apposito registro. Un’ora e mezza dopo, alla fine della partita, in tre devono tornare e firmare nuovamente. Sono i diffidati della Curva Furlan, il gruppo ultras di Trieste nato nel 2006 e che prende il nome da Stefano Furlan, un ragazzo ventenne morto per le botte di un allievo della scuola di polizia, Alessandro Centrone, al termine di un Triestina-Udinese del 1984.

La diffida è una misura di prevenzione aggressiva e ingiustificata. Il suo scopo dovrebbe essere prevenire dei reati, nella pratica risulta un meccanismo di punizione verso individui considerati scomodi. Un dispositivo che dovrebbe preoccupare perché si tratta di uno strumento di potere enorme nelle mani dello Stato che, prima o poi, uscirà dall’ambiente ultras. Per quanto ci si riferisca a entrambi come «firma», questa è una misura amministrativa che viene data in assenza di reato ed è diversa dall’obbligo di firma come misura cautelare nell’ambito di un procedimento penale.

 

Il tifo organizzato alla prova del Covid

 

A fine febbraio, quando il virus cominciava a diffondersi, il Governo ha deciso di far giocare le partite a porte chiuse; a marzo, quando i numeri cominciavano a spaventare, tutto il campionato è stato sospeso e rimandato. È terminato d’estate, sempre a porte chiuse. Ed è ricominciato a settembre, lasciando sempre il «dodicesimo uomo in campo» fuori dalla curva e dallo stadio.

Sostanzialmente tutte le curve si sono opposte a queste decisioni. Hanno denunciato le società calcistiche interessate soltanto a far ripartire una macchina che produce soldi e, come spiega bene un ultras degli Ingrifati di Perugia in questo incontro: «Per gli ultras conta il come. Tornare allo stadio privato di tutto, distanziato, seduto, senza striscioni e bandiere, senza poter tifare, per un ultras non è possibile. È giusto fare un passo indietro: torneremo, quando ci sarà la possibilità di tornare».

A ottobre, nuove regole. L’indicazione è di far entrare allo stadio mille fortunati spettatori. Un comunicato degli Ultras Tito Cucchiaroni della Sampdoria, precisa: «Io dentro, tu fuori non è pubblico. Non parteciperemo a questo esperimento. Non aderiremo a guerre fratricide tra sampdoriani per accaparrarsi il 20% dei biglietti. Abbiamo voglia di tornare allo stadio, tanta, tantissima. Ma non così. Torneremo quando la situazione consentirà la partecipazione di tutti quelli che vogliono esserci. O tutti o nessuno». A novembre gli stadi sono stati nuovamente interdetti alle tifoserie.

Nonostante gli stadi chiusi e il divieto in molte regioni di uscire dal comune di residenza, ogni volta che c’è una partita – che sia in casa o in trasferta – gli ultras diffidati devono uscire dalla propria abitazione e andare in questura a firmare. Stiamo parlando di circa 15.000 persone in tutta Italia. Una situazione paradossale.

 

La storia di una firma

 

Il dispositivo della firma viene applicato per la prima volta nel 1982, a due ultras della Sampdoria: Giovanni Battista Langasco, 22 anni, e Roberto Lupoli, 19 anni, entrambi tipografi. Negli anni Ottanta si inizia a fare sempre più uso di questo strumento. Nel dicembre del 1989, con la legge 401, viene ufficializzata una nuova misura: il Divieto di Accesso alle manifestazioni Sportive, per gli amici «Daspo», che può avere durata da un giorno fino a tre anni. Entra subito in vigore: il 25 febbraio 1990 vengono arrestati 55 tifosi dell’Inter a seguito di scontri con sostenitori del Napoli e viene negato loro l’accesso allo stadio. Nei primi cinque mesi del 1990 vengono dati 632 Daspo; la stagione successiva 1.879.

Nei primi anni Novanta la situazione si inasprisce e le violenze non cessano – chi l’avrebbe mai detto che le misure repressive non risolvono i problemi? Il 29 gennaio 1995, prima di una partita Genoa-Milan, muore Vincenzo «Spagna» Spagnolo, 24 anni. A seguito di questo fatto, viene emanato un nuovo decreto che diventa poi una legge, la 45 del 1995: viene istituito il dispositivo della «firma». Chi viene diffidato non solo ha il divieto di accesso agli impianti sportivi ma ha l’obbligo di presentarsi a firmare un registro amministrativo durante gli orari delle partite della propria squadra. Con la legge 377/2001 viene data la possibilità di raddoppiare le firme per i soggetti più pericolosi: a inizio e a fine partita. «Diffidati con noi» diviene uno degli slogan ultras più diffusi.Sébastien Louis nel suo libro Ultras. Gli altri protagonisti del calcio segnala che:

Il Daspo viene deciso dal questore, ma nei fatti sono i funzionari di polizia, più specificatamente quelli della Digos, attivi sul campo, che raccomandano ai propri superiori di infliggere un divieto d’accesso allo stadio per un soggetto preso in flagrante o coinvolto in un’inchiesta. Un Daspo può essere attivato a completa discrezione dei funzionari di polizia senza alcun obbligo di controllo giudiziario preliminare.

In un recente incontro organizzato dal Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università del Salento, giuristi e avvocati hanno posto il problema che la firma sia una misura che lede i diritti della persona. La Costituzione prevede che ogni cittadino abbia diritto alla difesa; ma in questo caso, la misura viene convalidata senza la partecipazione del difensore, non c’è contradditorio ed è possibile solo fare un ricorso formale (se sono state seguite le regole nel convalidare la misura) ma non ricorso nel merito (sul contenuto della misura). Con la scusa di una perenne emergenza ultras, ci troviamo con un istituto giuridico pericoloso, a discrezione delle questure.

E ci sarebbe molto altro da dire su tutte le leggi e i provvedimenti emanati in questi anni contro le tifoserie, tra cui il divieto di portare all’interno dello stadio fumogeni e tamburi, la tessera del tifoso e i biglietti nominali, la videosorveglianza fuori dentro e intorno allo stadio, i metal detector, il Daspo di gruppo, il controllo sul contenuto degli striscioni.

 

Oggi per gli ultrà, domani per tutta la città

 

Pur vivendo a Trieste non sono un’ultras della Curva Furlan. Anzi, sono andata allo stadio una volta sola e sono abbastanza sicura di non volerci tornare; nessuno mi aveva avvertito prima che in curva non ci si siede mai. Sono però un’attivista, e a un’attivista questa vicenda non può non far venire un piccolo prurito.

La prima volta che qualcuno ha pensato di estendere il Daspo dallo stadio ai cortei è stato nei giorni successivi al 14 dicembre 2010. La proposta veniva dal sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano (PdL, ex AN); il ministro dell’Interno era allora Roberto Maroni (Lega Nord) ma abbiamo dovuto aspettare l’arrivo alla stessa carica di Marco Minniti (Pd) prima che ciò accadesse per davvero nel 2017. Vediamo da anni proporre (indistintamente dai partiti al governo) leggi securitarie sempre più stringenti che vanno a colpire forme di solidarietà attiva, comportamenti «indecorosi» e persone «scomode».

Uno slogan ultras di alcuni anni fa recitava: «Leggi speciali: oggi per gli ultrà, domani per tutta la città». Lo stadio è stato ed è un laboratorio per la repressione e per il controllo sociale. E di questo dovremmo preoccuparci tutti.

 

Agnese Baini – si occupa di comunicazione della scienza. Legge, scrive, parla – soprattutto di salute mentale.