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Pandemia e spese militari

 

FONTE: Anarres

 

La pandemia non ha fermato, anzi accentuato la tendenza al rialzo delle spese militari già consolidatasi da qualche anno tra molti alleati della NATO. Il 2020 potrebbe costituire lo spartiacque tra un’epoca di bilanci militari ridotti o stagnanti e una nuova fase di incremento della spesa.
E’ il caso dell’Italia che ha visto la spesa per le tre Forze Armate (Funzione Difesa) crescere nel 2020 fino a 15,32 miliardi di euro contro i 13,98 del 2019 con un incremento di ben 1,3 miliardi (+9,6%), nel 2021 tale stanziamento dovrebbe salire a circa 17 miliardi con almeno 7 miliardi (4 del bilancio e 3 dai fondi del Ministero dello sviluppo Economico) destinati ad acquisire nuovi mezzi, armi ed equipaggiamenti.

La crescita delle spese militari è favorita da due fattori.
Il repentino mutamento della politica economica europea tramite lo strumento del Recovery Fund e la crisi di alcuni settori economici che di fatto hanno visto azzerare, nell’epoca del Covid i ricavi, in particolare nel trasporto aereo e marittimo.
Sotto l’aspetto delle politiche economiche, dopo anni di austerity imposta dalla Germania a tutti i partner Ue, l’epidemia ha determinato il successo delle “politiche economiche espansive” basate sull’aumento del debito e sulla spesa in deficit.
L’Europa, per la prima volta assume la responsabilità di un debito comune ed ha messo a disposizione degli stati aderenti 750 miliari di Euro.
Bisogna chiarire un aspetto di fondo, spesso trascurato, i fondi europei non sono regalie o prestiti per “tamponare” le emergenze sociali, ci riferiamo in particolare alla sanità ed all’istruzione.
Si tratta di debiti che devono essere ripagati. L’unica via per rientrare dal debito è quella di produrre profitti ovvero assicurare la famosa “crescita”.

Il Recovery Fund ha quindi lo scopo di indirizzare la liquidità a quelle attività industriali che siano in grado immediatamente di essere competitive nel mercato globale e generare i ricavi.
Due sono i settori che hanno tali caratteristiche, quello dell’industria digitale, industria 4.0, e l’apparato militare industriale, unico comparto che in epoca di Covid non ha subito, a livello globale, flessioni, conseguendo per contro uno sviluppo.

La spesa militare non significa solo rinnovare e ammodernare le forze armate, Ma soprattutto intervenire nei comparti economici che nello scorso anno hanno azzerare o quasi il fatturato. L’apparato militare industriale ha compensato le il crollo delle commesse dell’aviazione commerciale o delle navi da crociera.
Ricordiamo che da anni lo sviluppo tecnologico dell’apparato militare industriale è indirizzato al Dual Use, ovvero all’utilizzo indifferenziato del “prodotto militare” in ambito civile.
Di conseguenza indirizzare una parte cospicua dei fondi europei al settore industriale militare deve essere valutato non tanto sotto l’aspetto “etico” ma come logica conseguenza di una leva economica quella del profitto, unico mezzo per rientrare dal debito europeo.

In sintesi il Recovery Fund è lo strumento di riconversione industriale non tanto e solo per garantire posti di lavoro e sopravvivenza alle industrie nazionali , ma soprattutto per competere sul mercato globale e la competizione si gioca e si giocherà nel futuro nel campo della digitalizzazione ovvero nel campi dell’ Aerospazio, Cyber, Intelligenza Artificiale e in generale dell’Alta Tecnologia, dove non a caso è attivo ed in piena fase espansiva l’apparato industriale militare.

Il fondo Europeo ha una consistenza 750 miliardi di euro. All’Italia è destinata la quota maggiore, ovvero 209 miliardi di euro nei prossimi 6 anni; oltre 81,4 dei quali come sovvenzioni e i restanti 127,6 come prestiti.
Nell’attesa, i Ministeri della Difesa e dello Sviluppo Economico hanno presentato un elenco di progetti di carattere militare ( complessivi 21) per l’ammontare di circa 30 miliardi di euro.

I progetti del Ministero della Difesa prevedono di spendere 5 miliardi di euro del Recovery Fund per applicazioni militari nei settori della cibernetica, delle comunicazioni, dello spazio e dell’intelligenza artificiale. Rilevanti i progetti relativi all’uso militare del 5G, in particolare nello spazio con una costellazione di 36 satelliti.
I progetti del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE), relativi soprattutto al settore militare aerospaziale, prevedono una spesa di 25 miliardi di euro del Recovery Fund.

Il MISE intende investire in un caccia di sesta generazione (dopo l’F-35 considerato di quinta generazione), il Tempest, denominato “l’aereo del futuro”. Altri investimenti riguardano la produzione di elicotteri/convertiplani militari di nuova generazione, in grado di decollare e atterrare verticalmente e volare ad alta velocità. Si investirà allo stesso tempo in droni e unità navali di nuova generazione, e in tecnologie sottomarine avanzate. Grossi investimenti si prevedono anche nel settore delle tecnologie spaziali e satellitari.

Per avere un quadro completo delle spese militari, oltre aa fondi del Recovery Fund bisogna sommare 35 miliardi stanziati a fini militari dai governi italiani per il periodo 2017-2034, in gran parte nel bilancio del Ministero dello Sviluppo Economico.

Essi si aggiungono al bilancio del Ministero della Difesa, portando la spesa militare italiana a oltre 26 miliardi annui, equivalenti a una media di oltre 70 milioni di euro al giorno, in denaro pubblico sottratto alle spese sociali.
Cifra che l’Italia si è impegnata nella Nato ad aumentare a una media di circa 100 milioni di euro al giorno, come richiedono gli Stati Uniti. Lo stanziamento a tal fine di una ingente parte del Recovery Fund permetterà all’Italia di raggiungere tale livello.
In prima fila, tra le industrie belliche che premono sul governo perché aumenti la fetta militare del Recovery Fund, c’è la Leonardo, di cui il Ministero dello Sviluppo Economico possiede il 30% dell’azionariato.

Il “digitale” la nuova frontiera industriale
Nel Recovery Fund sono previsti 48,7 miliari per la digitalizzazione .
Non è un caso quindi che nei progetti del Ministero della Difesa ( 21 per un importo complessivo di 5 miliardi) ad essere privilegiati sono gli investimenti nelle tecnologie e negli ambiti emergenti quali cyber, comunicazioni, spazio e intelligenza artificiale.
Non a caso, il programma con l’impatto economicamente più rilevante è quello legato alla “Digitalizzazione e incremento delle capacità Cyber della Difesa”, con poco più di 1,9 miliardi di euro in 5 anni.
Proseguendo dunque nel settore cyber, altri programmi sono quelli legati alla “Alfabetizzazione digitale e Cybersecurity” per un piano di formazione digitale diffusa ma orientato in particolare al Ministero della Difesa (100 milioni in 4 anni), un piano di “Trasformazione Digitale e Cyber Security” destinato a incentivare la trasformazione digitale della componente aerea della Difesa (60 milioni di € in 5 anni) e un programma di “Potenziamento e rinnovo capacità Cyber Defence”, in ambito Marina (6 milioni di € in 2 anni).
Significativi i piani di sviluppo nel 5G: sia con la “Realizzazione di una rete mobile proprietaria in tecnologia LTE 5G” (150 milioni in 5 anni), sia con il “5G space based” destinato alla realizzazione di una costellazione di satelliti modulare, al fine di garantire capacità 5G a banda larga e bassa latenza.
E’ poi prevista una “Costellazione di piccoli satelliti”, da impiegare per il monitoraggio dello spazio extra-atmosferico.
Scollegati invece da questi grandi trend in termini di attenzione, un paio di programmi che rivestono comunque una grande importanza. In primo luogo, quello destinato ai “Sistemi per la sicurezza della navigazione, la ricerca ed il soccorso su alti fondali” e funzionale al potenziamento della capacità nazionale di ricerca e soccorso della Marina Militare (334,4 milioni in 5 anni).
Questi programmi rivestono una importanza fondamentale per la messa in sicurezza dei cavi marini, sempre più indispensabili ,nella competizione mondiale digitale.
Anche il Mise è impegnato all’utilizzo dei fondi europei. Pur mancando i dettagli , l’indirizzo del ministero è abbastanza chiaro investire nel digitale. Infatti tra i nuovi progetti, i più significativi,riguarda il settore tecnologico.

elicotteri di nuova generazione o del futuro (un programma definito come risposta a quello statunitense Future Vertical Lift (FVL – nell’immagine sotto) peraltro particolarmente ambizioso in quanto prevede di sviluppare una nuova famiglia di elicotteri/convertiplani in 5 differenti versioni per sostituire 4 tipi di elicotteri e cioè UH-60, CH-47, AH-64 e OH-58);aerei di sesta generazione che vuol dire Tempest; anche se non manca per l’aereo del futuro un riferimento all’ipersonico;
nave futura europea (“green vessel”);
tecnologia sottomarina avanzata;
tecnologia “Unmanned” intersettoriale;
Intelligenza Artificiale (I.A.);
cyber ed elettronica avanzata;
tecnologie spaziali e satellitari
Tecnologia5 G e settore industriale militare
Quanto abbiamo illustrato precedentemente porta inevitabilmente ad una grande attenzione dell’apparato industriale militare alla tecnolgia del 5G.
La quinta generazione (5G) è la nuova rete di tecnologie mobili capace di aumentare la velocità di trasferimento dei dati. Sarà fino a 20 volte più veloce della rete 4G e abiliterà la rivoluzione industriale legata alla robotica e intelligenza artificiale. Questa infrastruttura, candidata a gestire l’Internet delle cose e i big data, consentirà nuove applicazioni militari e commerciali. Dalle città ai trasporti, dai servizi pubblici alle attività industriali, a differenza delle tecnologie di reti mobili diffuse sinora, 5G connetterà persone a cose e processi. Per i militari ottimizzerà l’intelligence, la sorveglianza e ricognizione, la logistica e i sistemi d’arma autonomi .

Non è un caso che il Governo Italiano punta ad investire, attraverso il Recovery Fund, nel 5 G e nella banda larga.
L’attenzione al 5G non è solo nazionale maa aanche europea, e sin dal 2017 la UE haa pianificato interventi in questo settore.
Il 21 giugno 2017 l’Agenzia Spaziale Europea, e 16 industrie leader nel campo spaziale, hanno firmato un Joint Statement relativo alla collaborazione nel settore del “Satellite per il 5G” affinché spazio e satelliti diventino parte integrante della futura generazione di reti e servizi di comunicazione.
Secondo il presidente di Intermatica, società che opera nel mercato delle comunicazioni satellitari e terrestri, per ottenere una copertura senza interruzioni dei servizi fra centro e periferia comprese le aree meno popolate non basterà la fibra ottica, ma serviranno reti satellitare a bassa orbita. A febbraio sono stati lanciati sei satelliti dei 600 totali che porteranno sull’Italia circa 50 bit per secondo di banda satellitare. La rete satellitare può servire a integrazione del 5G in luoghi (come le isole)dove non vi è sufficiente banda di connessione e dove i tempi e i costi della posa dei cavi sottomarini risultano problematici.
Di fatto satelliti e infrastrutture terrestri trasmettono solo una parte dell’immenso traffico dati. Il resto viaggia nei cavi sottomarini in fibra ottica. Ad oggi i cavi sottomarini sono le infrastrutture essenziali alla base dell’economia globale perché la tecnologia satellitare da sola non riesce a gestire i moderni requisiti della comunicazione e dell’economia

Per capire quanto sia importante lo sviluppo di questa tecnologia, basta dare una occhiata agli innumerevoli studi che si concentrano sui programmi e spese inerenti le attività 5G e Internet of Battlefield Things (o meglio Internet of Military Things – IoMT – cioè classe di Internet of Things usata per operazioni di combattimento e guerra) di interesse del Dipartimento della Difesa (DoD) degli Stati Uniti.

Nelle indagini vengono elencati anche gli attori chiave che operano nel mercato globale Internet of Battlefield Things : Science Applications International Corporation, Gruppo Thales, Northrop Grumman Corporation, Sistemi BAE, L3 Harris Technologies, DRS Technologies, Inc. (Leonardo DRS), Airbus SE, The Boeing Company e Lockheed Martin Corporation.

Altrettanto si può affermare, stando ad una relazione pubblicata dal consiglio per l’innovazione del ministero della difesa degli Stati Uniti, che “il vero potenziale del 5G sarà il suo impatto sulla rete di guerra del futuro. Questa rete includerà sempre di più un ampio numero di sistemi meno costosi, più connessi e più resilienti, in grado di operare in uno scenario di battaglia in rapida evoluzione”. Si parla di veicoli e velivoli autonomi.

Le tecnologie wireless di prossima generazione costituiscono anzitutto una rivoluzione nelle operazioni militari che cambierà tutto, dall’addestramento alla logistica, alle dimensioni tattiche, operative e strategiche della guerra.

In Europa si prevede che satelliti ibridi e architettura di rete 5G modelleranno il futuro della comunicazione mediante droni. Infatti i droni necessitano di reti di dati attendibili per eseguire operazioni quali comando, controllo o volo in autonomia. Attualmente sembrerebbe che i ricercatori finanziati dall’UE pensino ad un’architettura ibrida nata dalla combinazione tra reti cellulari e satellitari per consentire il volo veloce e sicuro di droni commerciali nelle aree urbane.

La stessa industria della difesa e sicurezza più importante italiana, Leonardo S.p.A., nella Relazione finanziaria annuale del 31 dicembre, inserisce il 5G nell’ambito dell’elettronica per la Difesa e Sicurezza, programmi di finanziamento su ricerca e innovazione, in ambito spazio e cyber. Insieme ad ENI, in quanto azienda di interesse strategico nazionale, fornisce informazioni sui propri sistemi di sicurezza cibernetica e valutazioni relative alle prospettive connesse con l’avvento della rete 5G.

Nell’ambito delle “smart city” Leonardo è impegnata in progetti di rete 5G includenti video sorveglianza, illuminazione e semafori intelligenti, agenti e/o veicoli interconnessi, sensori massivi e droni/sciami cooperanti.
In conclusione, i fondi del Recovery Fund hanno un unico scopo, quello di ridurre le attuali distanze tra l’economia europea e quelle tecnologicamente più avanzate, cinese in particolare.
Si tratta forse dell’ultimo tentativo di ristrutturare l’intero assetto produttivo, di tagliare i “rami secchi” ed investire solo dove vi è un ritorno immediato del profitto e prospettive per sostenere la competizione dei mercati globali.
Ancora una volta è il settore militare, per le sue caratteristiche, dual use, alto contenuto tecnologico che fa da traino all’intero progetto di ristrutturazione.
Ne consegue che da parte nostra dobbiamo sempre più considerare il “mondo militare” nel suo complesso come il centro dell’economia, una posizione sempre più strategica che esclude quelle “vecchie” ormai superate dalla storia, parole d’ordine: Riconvertiamo l’industria militare.
“Più burro e meno cannoni” appartengono ormai al passato, dobbiamo rimodulare il nostro antimilitarismo tenendo presente la centralità assoluta nel sistema capitalista dell’apparato industriale militare.

 

Daniele Ratti