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DAVIDE LIBERO











Appunti per il superamento di un’istituzione totale

 

FONTE:il manifesto

 

«Abolire il carcere» (Chiarelettere) e «Senza sbarre» (Einaudi), due recenti preziosi volumi che propongono, da due punti di vista diversi eppure convergenti, una piccola rivoluzione.

 

Non è per pietà, non è per compassione, e neppure per cristiano spirito di perdono. È «una ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini». Anzi due. Abolire il carcere e Senza sbarre sono due recenti preziosi volumi che propongono, da due punti di vista diversi eppure convergenti, una piccola rivoluzione, l’abolizione di un’istituzione totale, almeno così come la conosciamo oggi in Italia. Un nuovo modello virtuoso di esecuzione della pena necessario per salvare vite, risparmiare soldi pubblici e tempo di duro lavoro, e per tutelare davvero la collettività.

LA PRIMA PROPOSTA viene dal presidente dell’associazione A buon diritto Luigi Manconi, dal coordinatore dei Garanti territoriali dei detenuti Stefano Anastasia, dalla direttrice di A buon diritto Valentina Calderone e dall’avvocata e ricercatrice Federica Resta che si rivolgono soprattutto ai «perplessi» e a «chiunque si indigni o si spaventi al solo sentir parlare di abolizione del carcere». E invece si può, dicono, come si è potuto abolire l’apartheid e i manicomi, la pena di morte e le punizioni corporali. Si può, perché il carcere non è sempre esistito e perché si è già trasformato, nei Paesi democratici. Si può, perché – ad esempio – analizzando gli effetti criminogeni della penalizzazione dei reati non violenti, come quelli di droga, perfino «il presidente Trump ha più volte manifestato l’intenzione di approvare una mini riforma penitenziaria che si ponga l’obiettivo di aumentare le alternative al carcere».

Con la prefazione di Gherardo Colombo e la postfazione di Gustavo Zagrebelsky (Chiarelettere, pp. 170, 16 euro), Abolire il carcere fornisce al lettore una lente di ingrandimento sulla cosiddetta «utopia abolizionista», per rendersi conto che utopia non è. E che osare è assolutamente utile, oltreché doveroso.

CERTEZZA ED EFFICACIA della pena non significano certezza del carcere. Anzi: «La ricetta di rendere sociale il soggetto antisociale inserendolo in contesti asociali – scrivono gli autori citando il costituzionalista Andrea Pugiotto, sulla scorta del pensiero di Gustav Radbruch – è efficace quanto quella di insegnare a nuotare fuori dall’acqua». In dieci punti, riassunti nell’ultimo capitolo, «dieci cose da fare subito», i quattro autori spiegano, tra l’altro, come e perché sanzioni di natura interdittiva, patrimoniale o riparatoria sono un’alternativa possibile e necessaria alla pena puramente detentiva. Se non fosse altro perché risultano più idonei «ad annullare i vantaggi derivanti dal reato», soprattutto per alcune tipologie di reato. Decarcerizzazione e depenalizzazione vanno comunque sempre a braccetto, per una riforma credibile del processo e dell’esecuzione penale.

Ci sono però detenuti che riempiono purtroppo (e non per colpa) i nostri istituti penitenziari e che non hanno – nello status quo – strumenti e sostegni necessari per poter usufruire, pur volendo, di misure alternative al carcere. Sono per esempio quel «44,5% del totale dei condannati ad una pena inferiore ad un anno» che è «rappresentato da stranieri», come spiega Cosima Buccoliero, da gennaio direttrice della Casa circondariale Lorusso e Cotugno di Torino ed ex direttrice del carcere milanese di Bollate, che insieme alla giornalista del Sole 24 Ore Serena Uccello descrive in Senza sbarre (Einaudi, pp. 130, euro 15) un’idea diversa e possibile di detenzione.

Sulla scorta della propria esperienza e del suo «modello virtuoso di prigione» che gli è valso l’Ambrogino d’oro nel 2020, Buccoliero testimonia: «Ho imparato che ci sono storie che non si salvano, che ci sono uomini e donne irredimibili, che il male esiste, ma allo stesso modo ho imparato che molte vite si salvano, che molte storie si ribaltano, che ci sono uomini e donne che riescono a riparare e a ripararsi».

BASTA VOLER PERSEGUIRE questo scopo. «Se un direttore risponde della sicurezza di un detenuto dovrebbe rispondere anche del suo percorso – scrive la dirigente penitenziaria -, se ad esempio accede o meno, avendone i requisiti, alle misure alternative. E invece questo non accade: a me non viene mai chiesto quante persone sono riuscita a far accedere alle misure alternative, né tanto meno mi si chiede quante persone ho recuperato. Eppure è su questo obiettivo che il mio lavoro dovrebbe essere valutato principalmente, su cui io dovrei essere valutata principalmente».

 

Eleonora Martini