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Aldrovandi. Il Coisp denuncia l'Estense all’Ordine dei giornalisti

 

fonte: Estense.com

 

Il sindacato di Polizia organizza una campagna per diffondere la sua versione della verità sull'omicidio del giovane ferrarese Federico Aldrovandi. Un giornale online ne parla, criticamente, e il Coisp invoca la censura dell'Ordine dei Giornalisti.

Di seguito riportiamo interamente l'articolo del giornale preso di mira dagli strali del sindacato di Polizia e la risposta degli amici e parenti di Aldro agli applausi del sindacato di polizia ai poliziotti condannati:

 

“Egregio Dr. Iacopino, desidero porre alla sua attenzione l’articolo dal titolo “La “nuova versione” del caso Aldrovandi” pubblicato il giorno 3 marzo nella sezione Cronaca Primo Piano del quotidiano on-line Estense.com”. È la segnalazione fatta dal segretario generale del Coisp Franco Maccari all’ordine nazionale dei giornalisti. Nella lettera a Enzo Iacopino il rappresentante nazionale del Coordinamento per l’indipendenza sindacale delle Forze di Polizia critica l’editoriale con cui Estense.com stigmatizzava il contenuto del volantino della segreteria provinciale.
Nella sua lettera il Coisp, che – va detto – non rappresenta l’intera Polizia di Stato, lamenta “mancanza di deontologia professionale”, “correttezza dell’informazione”, “faziosità capziosa”, insomma un comportamento che deve essere “pesantemente censurato”.
Tra gli elementi degni di censura, secondo il segretario generale (nello spazio destinato alle lettere ne pubblichiamo il contenuto integrale), c’è in primo luogo la foto di Federico morto. Maccari mostra di ignorare che quell’immagine straziante venne pubblicata la prima volta nel gennaio del 2006, quando ancora la versione ufficiale voleva il diciottenne morto prima per overdose e poi per un malore.La madre, Patrizia Moretti, la persona immaginiamo più sensibile di chiunque altro a quella foto, scelse di pubblicarlaper cercare di squarciare il velo dell’oblio che temeva calasse sulla vicenda. Non poteva sopportare che suo figlio fosse morto da solo, trovato su una panchina, per colpa di droghe. Quella foto smentiva tutto quello che le era stato detto. Dopo sette anni, dopo una sentenza passata in giudicato, dopo altri processi per i depistaggi (non ancora conclusi), c’è ancora qualcuno come il Coisp che sostiene che i quattro colpevoli “sono stati condannati e da oltre 7 anni scontano la pena di essere dei poliziotti che una notte hanno incontrato un giovane “drogofilo” (per usare le parole emerse in giudizio), lasciato solo dai suoi amici dopo una serata “brava”, in preda ad una grave crisi di rabbia isterica e per cui si rendeva necessario il contenimento fisico. Nessuno dei quattro poliziotti ha mai voluto uccidere, né ha mai neppure minimamente pensato di infierire su una persona inerme, né, tantomeno, ha dovuto entrare in contatto con lui perché in quel momento non aveva nulla da fare”.
Come definisce Franco Maccari percuotere fino a rompere due manganelli una persona ormai immobilizzata a terra, prona, ammanettata dietro la schiena, nonostante implori aiuto? Anche noi crediamo che quattro poliziotti dal curriculum di servizio immacolato fino a quel momento non siano andati una notte in via Ippodromo per uccidere qualcuno. Ma è altrettanto vero che se loro non fossero intervenuti Federico oggi sarebbe vivo. Hanno sbagliato e devono risponderne.
Non critichiamo nemmeno le iniziative di solidarietà come quella del camper, se si limitano a prendere le distanze dalla decisione del tribunale di sorveglianza in merito alla carcerazione per delitto colposo (fatto eccezionale, come abbiamo scritto a più riprese, che non avveniva – a detta di un legale della difesa – da circa trent’anni). E infatti entro questo recinto di tolleranza la nostra cronaca ha riportato la notizia nuda e cruda.
Ma, per sfortuna di Maccari, la segreteria provinciale è andata oltre. E, se ancora non l’ha fatto, gli basterà leggere quel volantino. Che molto si discosta dai contenuti più sobri della segreteria nazionale. Una contraddizione di cui non ci pare si sia accorto.
Ma il capolavoro di contraddizione deve ancora arrivare. Tra i nostri artifici utilizzati per alterare il significato dell’iniziativa sindacale c’è anche il “continuo riferimento nel testo a frasi contenute in diversi gradi di sentenza”, che contribuisce, “evidentemente, a dimostrare una verità diversa da quella emersa con la condanna dei quattro poliziotti e soprattutto nascondere il vero motivo dell’iniziativa del Coisp, richiamata in modo parziale ed inesatto”. Francamente è la prima volta che leggiamo di come citare sentenze di tribunali possa contribuire a stravolgere la verità. Il Coisp c’è riuscito".

 

Gli amici e i parenti di Aldro contro gli applausi

Giudicato “Paradossale” il comportamento dei sindacati e si chiede la destituzione degli agenti
Cosa possiamo aspettarci da chi ha applaudito? L’Associazione “Federico Aldrovandi” risponde alle polemiche sindacali sulla carcerazione degli agenti responsabili della morte di Federico, “giudicati colpevoli in tre gradi di giudizio e da quattro Tribunali dello Stato, incluso quello di Sorveglianza”. Il primo riferimento dell’associazione, nata dal Comitato Verità per Aldro, va alla trentina di agenti e sindacalisti che ha applaudito Enzo Pontani all’uscita del Tribunale (vai all’articolo http://www.estense.com/?p=281399).
"Cosa possiamo aspettarci da chi ha applaudito? – scrive l’associazione -. Sostegno, approvazione, consenso e assenso al loro comportamento? Forse si, visto che i depistaggi dei loro colleghi sono una realtà (sempre secondo varie sentenze di Tribunali)”.
Gli amici e i parenti di Federico ricordano come “in questi anni abbiamo sempre ribadito che la responsabilità dei reati è individuale. Non abbiamo mai ritenuto le Istituzioni e la Polizia responsabili di azioni delittuose assolutamente individuali”.
Invece “nelle dichiarazioni di Sap, Siulp, Coisp ed Ugl si nota un denominatore comune: il tentativo di trasformare gli agenti condannati da colpevoli a vittime ingiustamente condannate, proprio in quanto “agenti di polizia”. Come se per loro fosse lecita qualunque azione. L’unica verità è che Pontani Pollastri Segatto e Forlani sono colpevoli di omicidio. E la vittima incolpevole, perché nulla di male aveva mai fatto, colui che ha sofferto ed è morto per causa loro è Federico. Non ci sono altre verità, purtroppo. È paradossale che i rappresentanti di un organo istituzionale si scaglino direttamente contro lo Stato, qui rappresentato dalla Magistratura. Hanno giurato l’opposto quando sono stati assunti”.
L’Associazione ricorda alcuni passaggi della sentenza di Cassazione: “…sferrarono numerosi colpi contro Aldrovandi, non curanti delle sue invocazioni di aiuto [azione che] proseguì anche quando il ragazzo era stato fisicamente sopraffatto e quindi reso certamente inoffensivo. Segatto lo colpiva alle gambe con il manganello, Pontani e Forlani lo tenevano schiacciato a terra, mentre Pollastri lo continuava a percuotere”. Sempre la Cassazione ricorda le “manipolazioni delle risultanze investigative pure realizzate da funzionari responsabili della Questura di Ferrara”.
Ultima in ordine di tempo, la sentenza del Tribunale di Sorveglianza di Bologna: “inaffidabilità, difetto di autocontrollo, assenza della capacità di gestire adeguatamente una situazione, quale quella in oggetto, che sia pure delicata, non era certo così eccezionale e tale da richiedere un’attività di contenimento di siffatte caratteristiche, addirittura rilevatasi letale, nei confronti di un ragazzo solo e disarmato. [Di] mancanza di attenzione per il dolore e la sofferenza della vittima, percossa e contenuta, fino a morirne. [Fatto] tanto più è grave in quanto riferito a un appartenente alla Polizia di Stato, preposto alla salvaguardia e alla tutela, sul campo, dei diritti e della sicurezza dei cittadini”.
Sentenze che “confermano una storia molto diversa da quella che Sap, Siulp, Coisp ed Ugl continuano a falsare. Nelle sentenze i comportamenti dei quattro rappresentanti delle forze dell’ordine sono giudicati in maniera incontrovertibile”.
Per l’Associazione poi “è paradossale che si invochino la clemenza o la grazia” e chiede la destituzione degli agenti richiamando l’articolo 7 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 737 del 25 ottobre 1981 che istituisce il Corpo di Polizia: “La destituzione consiste nella cancellazione dai ruoli dell’appartenente ai ruoli dell’Amministrazione della pubblica sicurezza la cui condotta abbia reso incompatibile la sua ulteriore permanenza in servizio. La destituzione è inflitta: 1) per atti che rivelino la mancanza del senso dell’onore e del senso morale; 2) per atti che siano in grave contrasto con i doveri assunti con il giuramento; 3) per grave abuso di autorità o di fiducia; 4) per dolosa violazione dei doveri che abbia arrecato grave pregiudizio alla Stato, all’Amministrazione della pubblica sicurezza, ad enti pubblici o a privati”. L’articolo 8 è addirittura maggiormente esplicativo: “L’appartenente ai ruoli dell’Amministrazione della pubblica sicurezza incorre nella destituzione di diritto: […] c) per applicazione di una misura di sicurezza personale di cui all’art. 215 [il ricovero in una casa di custodia. Ndr.] del codice penale ovvero di una misura di prevenzione prevista dall’art. 3 della legge 27 dicembre 1956, n. 1423”.
L’articolo esplicita dunque che la carcerazione di un dipendente di pubblica amministrazione è causa di destituzione dal lavoro. “Questo ci aspettiamo. Niente di più, ma neanche niente di meno. Per questi motivi chiediamo allo Stato Italiano, appellandoci anche a tutta la società civile, che gli agenti condannati per la morte di Federico finiscano di scontare la pena loro inflitta al terzo grado di giudizio in carcere, e siano immediatamente destituiti dai loro ruoli di Agenti di pubblica Sicurezza dello Stato”.