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26 MARZO 2000

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DAVIDE LIBERO











La Cedu condanna l’Italia per la morte di Riccardo Magherini

 

FONTE:osservatorio repressione

 

Strasburgo condanna l’Italia per la morte di Riccardo Magherini, il governo risponde con l’impunità alle violenze delle forze dell’ordine

 

 

Mentre il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi presenta un nuovo decreto sicurezza pensato per blindare le forze dell’ordine e ridurre gli spazi di responsabilità, da Strasburgo arriva una sentenza che racconta un’altra verità: lo Stato italiano ha violato il diritto alla vita. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la morte di Riccardo Magherini, avvenuta a Firenze nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2014, imponendo allo Stato un risarcimento di 140mila euro ai familiari per danni morali.

Magherini, ex calciatore di 39 anni, morì durante un fermo: era ammanettato a pancia in giù, immobilizzato a terra dai carabinieri, in evidente stato di sofferenza. Urlava: «Aiutatemi, c’ho un figliolo». Secondo le perizie era sotto l’effetto della cocaina e in preda a una crisi di panico; ma per la Corte il punto decisivo è un altro: non c’era “l’assoluta necessità” di mantenerlo immobilizzato in posizione prona, una condizione che aumenta drasticamente il rischio di asfissia e arresto cardiaco.

La sentenza non entra nel merito delle responsabilità penali individuali — i tre carabinieri sono stati assolti in Italia dopo tre gradi di giudizio — ma afferma una responsabilità statale chiara e netta. Le linee guida dell’epoca non fornivano istruzioni adeguate sul posizionamento delle persone immobilizzate, e mancava una formazione idonea per l’uso di tecniche che possono mettere a rischio la vita. Tradotto: procedure inadeguate e formazione insufficiente hanno contribuito a una morte evitabile.

Per la famiglia Magherini è una verità attesa da anni. «Lo hanno fatto passare per un drogato — ha detto il padre, Guido — lo Stato italiano ha violato il diritto alla vita». L’avvocato Fabio Anselmo parla di «sentenza storica», capace di imporre allo Stato un cambio di passo: norme ad hoc sui fermi, giurisprudenza coerente, formazione reale. «Giustizia e verità», aggiunge il fratello Andrea, ricordando che in quel momento Riccardo doveva essere girato e aiutato a respirare. Una verità che oggi parla non solo a una famiglia, ma a tutto il Paese.

Ed è qui che lo stridore diventa politico. Perché mentre Strasburgo richiama l’Italia al rispetto dei diritti fondamentali e alla prevenzione delle morti evitabili, il governo procede in direzione opposta: nuovi decreti sicurezza che promettono scudi e immunità di fatto, riducendo controlli e responsabilità. La lezione della CEDU è limpida: meno regole chiare e meno formazione non producono sicurezza, producono rischio. E quando il rischio si realizza, produce morti.

Il caso Magherini smonta l’ideologia dell’“ordine a ogni costo”. Non nega la complessità del lavoro di polizia, ma afferma un principio elementare: la vita viene prima. Prima della forza, prima dell’inerzia procedurale, prima della narrazione che confonde sicurezza con impunità. Se lo Stato non investe in formazione, se non stabilisce protocolli rigorosi, se non accetta il controllo e la responsabilità, fallisce il suo dovere primario.

La condanna di Strasburgo arriva dunque come un monito nel momento peggiore: quando l’esecutivo sembra voler rispondere alle criticità non con più garanzie e competenze, ma con meno accountability. È una scelta che non rafforza le istituzioni: le espone. Perché la vera sicurezza nasce da regole chiare, formazione seria e responsabilità effettiva. Tutto il resto — lo dice la CEDU — non è tutela dell’ordine, è violazione dei diritti.