NON C'E' FEDE SENZA LOTTA

26 MARZO 2000

LA GENESI DELLA REPRESSIONE

NOI DA NOVE ANNI CONOSCIAMO LA VERITA'!

laboratoridirepressione

SPEZIALELIBERO

DAVIDE LIBERO











Decostruire la pena. Per una proposta abolizionista

 

FONTE:Studi sulla questione criminale

 

Recensione al libro “Decostruire la pena. Per una proposta abolizionista” di Giuseppe Mosconi

 

 

Decostruire la pena. Per una proposta abolizionista di Giuseppe Mosconi è un libro necessario, ora più che mai. Nell’era contemporanea della mass incarceration, intere comunità sono infatti inghiottite dalla violenza del sistema penale e, in particolare, dal carcere. Come suggerisce Western (2007), i dolori della carcerazione teorizzati da Sykes (1958), oggi si avvertono non solo all’interno della prigione, ma anche nella sua penombra; la società dei detenuti è forse oggi molto più ampia di quanto avremmo mai immaginato. La progressiva involuzione da stato sociale a stato penale (cfr. Wacquant, 2009), ha determinato la gestione di problemi sociali attraverso la criminalizzazione e la repressione penale, facendo del carcere quell’”inevitabile motel” (Verdolini, 2022, p. 189), le cui funzioni latenti non hanno nulla a che vedere con le sue funzioni formali. Mosconi è riuscito a cogliere e a delineare tutte le conseguenze di questo passaggio. L’autore infatti offre ai lettori e alle lettrici chiavi interpretative in grado di contribuire in maniera organica al dibattito inerente, da un lato, la crisi del carcere come paradigma fondante di questa stessa istituzione e, dall’altro, gli scenari alternativi possibili.

In quest’opera, costituita da materiali pubblicati in momenti diversi che riescono però a restituire la complessità relativa al tema centrale del potere di punire, Mosconi ripercorre la crisi dei tre principi fondativi della pena (retributivo, rieducativo e preventivo) e approda alla crisi del carcere, soffermandosi su tutte le ragioni per cui la pena carceraria per così com’è stata concepita in ambito correzionalista, oltre a causare un quantitativo di sofferenza non più tollerabile, non è in grado di soddisfare le funzioni per cui è stata legalmente prevista. A tale proposito l’autore scrive: “La crisi del diritto penale investe i principi fondativi della pena e la distanza degli stessi dalla realtà che dovrebbero giustificare e legittimare. Dunque tra crisi del diritto penale, crisi delle funzioni fondative della pena detentiva e crisi dell’istituzione carceraria, con gli aspetti deteriori che la caratterizzano, si delinea un filo di continuità, nel quale la crisi delle funzioni della pena assume un ruolo emblematico di conferma” (p. 33).

Il libro si struttura in due dimensioni; la prima pone al centro la critica al diritto penale, mentre la seconda si concentra sulla proposta abolizionista. La prima parte dell’opera è autenticamente e radicalmente incardinata nella prospettiva della sociologia del diritto, in quanto il ragionamento dell’autore è costantemente frutto del confronto tra la dimensione formale del diritto e quella materiale. In quest’ottica, l’approccio classico alle finalità della pena viene quindi puntualmente decostruito dall’autore. La critica alla tradizione illuminista è esplicita; Mosconi, infatti, si inserisce in quella tradizione di pensiero che vede nell’illuminismo un progetto egemonico (cfr. Costa, 1974) di esclusione piuttosto che di emancipazione, un progetto che si presta alle concessioni di trasformazione antropologica dell’individuo attraverso l’educazione e la pena stessa (Melossi, 2025, p. 42).

Successivamente, Mosconi ripercorre in maniera analitica tutti gli argomenti sottesi all’ontologico fallimento del carcere. Decostruisce in maniera minuziosa le funzioni del carcere sul piano formale, attraverso i risultati di indagini qualitative che hanno attraversato trasversalmente tutta la sua lunga carriera. Il nodo centrale da cui muove il ragionamento dell’autore è la frattura inevitabile e irrisolvibile tra norme e prassi sociali che obbliga il diritto penale (e i penalisti) a confrontarsi con questa distanza paradossale i cui effetti si fanno palpabili nella drammaticità dell’esperienza carceraria. Le intuizioni di Mosconi su questo punto sono state lungimiranti e hanno trovato conferma nell’evidenza continuata relativa alla violenza sottesa alla pena carceraria, oltre ad essersi rivelate cruciali nel panorama della sociologia del diritto italiano e non solo. In particolare, l’ideale della rieducazione viene smontato con precisione dall’autore, sottolineando a tale proposito come “la precondizione disciplinare possa tradursi in finalità prioritaria e totalizzante dell’idea di trattamento” (p. 43).

Mosconi conduce quindi il lettore e la lettrice a interrogarsi sulla legittimità di una pena che è al contempo crudele e inefficace rispetto ai propositi per cui è stata concepita. Lo fa coniugando il sapere accademico con una prospettiva materiale, empirica e militante, come non potrebbe essere altrimenti per chi aderisce alla prospettiva della criminologia critica.

Se la prima parte del libro, partendo dai processi materiali che non possono essere ignorati, si concentra sulla decostruzione dell’ideale di punire – e soprattutto della necessità del carcere -, nella seconda dimensione il libro offre un’articolata problematizzazione inerente le alternative al paradigma della punizione. Mosconi non si limita a ragionare su quell’abolizionismo che Pavarini definiva “istituzionale” (1985), bensì va oltre, arrivando a sostenere la necessità di superare il sistema penale. Si tratta senza dubbio della dimensione più complessa dell’opera che ha il merito di stimolare la riflessione rispetto ad una tematica che tradizionalmente ha trovato meno spazio nel dibattito culturale e accademico italiano rispetto a quella dell’abolizione del carcere in quanto strumento di perseveranza dell’ingiustizia sociale e strutturale. La prospettiva radicale dell’autore riprende alcuni spunti propri del movimento abolizionista afro-americano, che affonda le proprie radici sull’abolizione della schiavitù (cfr. Sellin, 1976), di cui molte autrici recentemente hanno scritto (Davis, 2005; Kaba, 2021; Gilmore, 2024). L’elemento in comune sta nell’aver colto la necessità di mettere in discussione l’inevitabile correlazione tra sistema penale, carcere, disuguaglianza, violenza, razza e classe. Tuttavia, proprio rispetto a quest’ultimo aspetto, pur partendo l’autore da una prospettiva marxiana tra struttura e sovrastruttura (vd. capitolo IV), ha optato per non approfondire la relazione tra sistema penale – e l’istituzione carceraria – con l’ideologia capitalista. Il principio di subordinazione che sancisce l’indissolubile legame tra sistema penale e capitalismo rimane sullo sfondo delle riflessioni dell’autore. Mosconi opta anche per non soffermarsi su come proprio il dispositivo carcerario sia stato determinante per la costituzione stessa del proletariato moderno e dunque per la nascita del capitalismo industriale (Foucault 1975/1993; Melossi e Pavarini 1977; Rusche e Kirchheimer 1968/1978).

Maggiore respiro viene dato, invece, alle alternative possibili al sistema penale attuale, in particolare alla giustizia riparativa, a cui è dedicato l’ultimo capitolo del libro. Quest’ultima sarebbe in grado di superare il paradigma dell’afflittività legato all’idea del castigo, favorendo, invece, pratiche che fanno affidamento su istanze sociali e relazionali. A prescindere dalla posizione individuale rispetto all’opportunità del superamento del sistema penale o meno, uno degli insegnamenti più preziosi del libro è l’invito a valorizzare la prospettiva abolizionista come pratica, rifiutando fermamente l’idea di relegare la riflessione abolizionista all’ambito delle utopie che, in quanto irrealizzabili, non meritano di essere intraprese. Il valore dell’abolizionismo come esercizio di libertà e resistenza è stato ripreso e declinato in altri rilevanti contributi; si pensi al recente Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà di Valeria Verdolini (2025), ma si ritrova anche nella determinazione di coloro che credono nella possibilità quotidiana di erosione del sistema carcerario attraverso le battaglie per il riconoscimento dei diritti delle persone detenute (Anastasia, 2022; Manconi et al., 2015).

Thomas Mathiesen in The Politics of Abolition (1974) descrive l’abolizionismo come un esercizio necessariamente incompleto; ma è proprio questa caratteristica, che rimanda all’idea di utopia, a costituire il vero motore dei movimenti sociali, incluso del movimento abolizionista. Si tratta di un principio politico e metodologico la cui adozione è essenziale per mantenere vivo il potenziale di critica e di trasformazione dell’esistente. In questo senso Decostruire la pena di Giuseppe Mosconi offre indicazioni metodologiche, argomenti empirici, riflessioni teoriche ed epistemologiche imprescindibili per orientarsi nello scenario attuale dove il ruolo della pena e, in particolare, dell’istituzione carceraria, nonostante i paradossi che li investono, occupano sempre più spazio. Questa lettura propone un bagaglio di strumenti di grande utilità al fine di potenziare l’unico antidoto possibile di fronte all’espansione del potere; “organizzare il pessimismo” (Benjamin, 1942/1967) è ormai l’unica strategia possibile.

 

Rachele Stroppa*