Mentre chiudono ospedali e interi territori scivolano sotto il peso del dissesto idrogeologico, la risposta del governo è sempre la stessa: più polizia, più carabinieri, più controllo. Non è un riflesso condizionato, ma una scelta politica precisa. Nella palude economica in cui è finito l’esecutivo, e con una politica estera che doveva rafforzare il profilo internazionale della premier e si è rivelata un boomerang, per ripartire restano solo le certezze identitarie: sicurezza e immigrazione.
L’annuncio è arrivato direttamente in Parlamento: incrementare la presenza delle forze dell’ordine sul territorio, introducendo la figura dell’ausiliario e reclutando 10.000 unità di volontari in ferma prefissata. Un ritorno al passato, a una figura scomparsa nel 2005 con la fine della leva obbligatoria, riproposta oggi come soluzione rapida e a basso costo. Il piano prevede un arruolamento temporaneo, tra i 15 e i 18 mesi, con appena tre mesi di formazione. Una forza lavoro precaria, addestrata in tempi ridotti, da impiegare nel controllo del territorio.
Il ragionamento è chiaro: sostituire o affiancare i circa 6.800 militari oggi impegnati nell’operazione “Strade sicure”, che la Difesa vorrebbe ritirare. Ma il rischio concreto è un altro: non una sostituzione, bensì una somma. Più uomini in strada, più presenza armata, più visibilità del controllo. Non per rispondere a un’emergenza reale, ma per produrre l’immagine permanente di un’emergenza.
Non è un caso che anche i sindacati di polizia abbiano sollevato forti perplessità. Come ha sottolineato Pietro Colapietro (Silp-Cgil), gli ausiliari non colmano le carenze strutturali, ma rischiano di precarizzare ulteriormente il lavoro e di alterare l’equilibrio tra forze civili e militari, spingendo verso una progressiva militarizzazione della sicurezza. È un passaggio cruciale: non si tratta solo di quanti agenti ci sono, ma di quale modello di ordine pubblico si sta costruendo.
Eppure, tutto questo avviene in un contesto che racconta una storia completamente diversa. I dati ufficiali mostrano che i reati in Italia sono in calo da anni. I delitti denunciati sono passati da oltre 2,6 milioni nel 2009 a circa 2,34 milioni nel 2023. Non c’è alcuna esplosione della criminalità che giustifichi questo rafforzamento continuo dell’apparato. Al contrario: mentre i reati diminuiscono, cresce la macchina della sicurezza.
Se si guarda all’insieme delle forze dell’ordine – includendo polizia, carabinieri, guardia di finanza, polizia penitenziaria e polizie locali – l’Italia arriva a circa 645 operatori ogni 100.000 abitanti, più di Francia, Spagna, Regno Unito e Germania. Un dato che da solo basterebbe a smontare la retorica dell’emergenza. E invece diventa la base materiale su cui costruire una politica della paura.
La sicurezza, infatti, non è più una risposta ai problemi sociali: è diventata il modo per evitarli. Mentre si taglia sulla sanità, si rinvia sulla prevenzione ambientale, si abbandonano interi territori al degrado e al rischio idrogeologico, si investe nel controllo. Non si interviene sulle cause dell’insicurezza – disuguaglianze, precarietà, impoverimento – ma sui suoi effetti percepiti.
L’altro pilastro di questa strategia è l’immigrazione. Anche qui, la linea è la stessa: irrigidire, bloccare, respingere. Il nuovo disegno di legge annunciato dal governo punta a recepire le norme europee introducendo strumenti come il cosiddetto “blocco navale”, cioè la possibilità di vietare l’ingresso nelle acque territoriali in determinate condizioni. Una misura che, al di là della sua praticabilità giuridica, ha un valore soprattutto simbolico: mostrare fermezza, costruire consenso, alimentare la percezione di una minaccia.
Ma la realtà, ancora una volta, smentisce la propaganda. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, dall’inizio del 2026 si contano già 765 morti nel Mediterraneo, contro i 460 dello stesso periodo del 2025. Altro che riduzione delle vittime: il confine continua a essere uno spazio di morte, invisibilizzato o piegato alla narrazione politica.
Sicurezza e immigrazione funzionano allora come dispositivi complementari. Da un lato si moltiplica la presenza delle forze dell’ordine; dall’altro si costruisce il nemico su cui giustificarla. Il migrante diventa la figura centrale di questa operazione: il corpo su cui proiettare paure, frustrazioni, insicurezze. Non importa che i dati dicano altro. Ciò che conta è mantenere alta la tensione.
In questo quadro, la sicurezza smette definitivamente di essere un diritto collettivo e diventa una tecnologia di governo. Non serve a proteggere, ma a ordinare; non a includere, ma a selezionare. È la risposta politica a un vuoto: quello lasciato dalla rinuncia a redistribuire ricchezza, diritti e potere.
Perché affrontare davvero le cause dell’insicurezza significherebbe fare scelte difficili: investire nella sanità, nella scuola, nella casa, nella cura dei territori. Significherebbe ridurre le disuguaglianze, ricostruire legami sociali, restituire voce ai conflitti. Molto più semplice, invece, è schierare nuove divise.
E così, mentre il Paese reale si sgretola, quello immaginato viene presidiato. Non più welfare, ma ordine. Non più diritti, ma sicurezza. Non più cittadini, ma potenziali minacce.
È questa la vera funzione della politica sicuritaria: non risolvere i problemi, ma governarli attraverso la paura. |